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Vecchio 14-10-2013, 04:50   #1
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Ho letto un po' di cose sul disturbo evitante di personalità, che non starò ad autodiagnosticarmi (per non turbare gli animi dirò solo che ho riscontrato -in me- una lunga lista di comportamenti e pensieri evitanti).

In tutti i siti che ho letto, la terapia più indicata pare essere quella cognitivo-comportamentale.

[Edit: rileggendo questa parte, sembra pendere troppo nell'autodiagnosi/wikipsicologia spicciola, quindi vi chiedo di perdonarmi e avere pazienza, solo che non ero mai riuscita a "inquadrare" i miei sintomi, non dubito che possa essere solo un'illusione(cantonata), non pretendo assolutamente si tratti di oro che cola, era giusto per tracciare delle linee forse non troppo indispensabili]

Mi è già capitato di iniziare una terapia di questo tipo, mi pare però che non superai le dieci sedute (ho un ricordo confuso), e poi me ne andai senza tornare mai più.



Il motivo che mi spinse ad allontanarmene fu proprio quell'alone di "concretezza", di "fare per fermare il declino (sorrido)", non so bene come spiegarlo. Forse il fatto stesso che sia "scientificamente provata" mi spinge ad allontanarmene, vivendo io principalmente nel mondo dell'immaginario mi riesce difficile non sorridere quando si parla di pensieri funzionali e pensieri disfunzionali, inoltre ho paura che in un approccio troppo concreto vada a perdersi il mio mondo interiore che, non studiando, non lavorando, e non uscendo praticamente mai di casa è tutto quello che mi è rimasto (ancora per poco, mi viene da dire, perché mi sembra che si stia sgretolando anch'esso).

Forse mi spaventa l'idea che la terapia debba "aggiustare" le persone, e poi se penso a me mi dico che non voglio essere "normale", vorrei solo riuscire ad esprimere chi sono, infrangere almeno in parte i miei freni inibitori, cessare di sentirmi disgustosa, inferiore e inadeguata, ma che tipo di allenamento cognitivo-comportamentale può aiutarmi a sciogliere questi punti?

Forse mi spaventa una terapia in cui vengano rese evidenti le mie incapacità, e con un approccio troppo "standardizzato" (ricordo con dispiacere il test sull'autostima e il compito di scrivere i propri pregi e difetti su un foglietto), e il tono fermo e deciso della terapista, dal piglio quasi severo. La prima cosa che cerco è il sentirmi accolta, ed è pur vero che se nella teoria accettare un paziente è già una forma di accoglienza, nella pratica il "sentirsi accolti" non avviene automaticamente soltanto presenziando alle sedute.

L'ultima psicologa da cui sono stata era di orientamento lacaniano, e ho apprezzato molto la sua pacatezza, tuttavia finii per allontanarmi anche da lei, non superando le sei sedute.
Questo avvenne perché (nonostante la sua bella morbidezza) il tutto mi sembrava veramente troppo vago (eppure è l'unica di cui ho conservato un ricordo positivo e da cui ritornerei, ma temo che sarebbe solo piacevole parlarle e che non possa aiutarmi).

Tornando alla psicoterapia cognitivo-comportamentale, che esperienze avete avuto? Mi spaventa molto l'idea di riavvicinarmici e ricominciare un percorso terapeutico con una persona estranea.

Se ci penso, quali sono i miei obiettivi?
Io non miro a un'esistenza tranquilla, non penso a "guarire" così poi posso correre a cercarmi un lavoro, non mi immagino in una relazione sentimentale, quello che a me interessa è riuscire ad essere me interrompendo la sofferenza continua che mi causa l'essere me.

Vorrei interrompere il monitoraggio continuo dei miei pensieri e delle mie azioni e muovermi per il mondo giocando con me e con gli altri invece di ripiegarmi e rintanarmi, ma sono talmente ossessionata dall'idea di creare dolore o di riceverne che finisco per rimanere immobile.

Se riuscissi a splendere (non credo sia fuori luogo, in questo caso, parlare di luce propria e luce riflessa) probabilmente smetterei di preoccuparmi di tutto questo e sarei una persona con cui ci si può muovere e giocare, invece io ormai sono uno spiritello, un gargoyle.
E ho paura che quasi non mi interessi più di essere una persona vera e non un ceppo di legname.

Sono stanca di restare ai margini della mia vita, sono una figurante e invece a me non dispiacerebbe essere la protagonista. Non perché brami ad essere al centro dell'attenzione, al contrario. Semplicemente vorrei sentirmi abbastanza forte da sostenermi, affermarmi, senza sentirmi una presenza fragile, instabile e spettrale, incapace di vivere e di stare con gli altri, incapace di interpretare il mondo, incapace di fare nel senso più totale e generale del termine.

Nella vicinanza con la persona che mi piace (e da cui sto scomparendo perché sto smembrando i miei sentimenti) vorrei che fossimo un pianeta e un pianeta, non un pianeta e un satellite.
Essere un satellite può essere carino e bello, ma non nelle mie condizioni.
Quando ci si percepisce inetti e deboli e vicino a noi abbiamo personalità forti e decise, la frustrazione e il "non sentirsi all'altezza della situazione" è un rischio fin troppo comune, soprattutto nel caso in cui l'altra persona faccia fatica a vederci. Se la situazione diventa stressante e dolorosa, perderà quell'aura di sicurezza che ci faceva stare bene e ci proteggeva dalla paura del rifiuto.
Allora ci si sentirà poco interessanti, brutti "se l'altra persona non mi guarda è colpa mia, perché se fossi una persona che gioca con sé stessa e con la vita lei sarebbe molto interessata a me e giocheremmo insieme fortissimo, invece io sono incapace e immobile e non riesco a coinvolgerla", che sono pensieri che forse corrispondono al reale e forse no, ma di fatto sono talmente intensi e dominanti che finiscono per diventare veri.

Allora quando l'altra persona verrà da noi, invece di sentirci riempiti e coinvolti dai suoi discorsi su se stessa e su quello che succede nel suo mondo, noteremo la sua apparente mancanza di interesse per il nostro.
Ci sentiremo frustrati, perché noi a differenza sua non riusciamo ad esprimere niente di noi stessi, e perché sentiamo che lei soffre e si perde in discorsi che invece di permetterle di sfogarsi la corrodono, e siamo talmente deboli da riuscire con fatica ad essere severi, perché si vorrebbe perpetuare la funzione di confidente semi-silenzioso e molto comprensivo, da un lato, ma dall'altro ci si sente perfettamente inutili e incapaci di dire alcunché di ponderato e illuminante, o anche solo d'essere di conforto.

Ci si sente scomparire completamente, risucchiati dall'altro, senza più riuscire a farsi vedere, o a balbettare un h-hey! sono qui!
E allora, dopo pensieri su pensieri, esternazioni raffazzonate e confuse, si finisce per allontanarsi da tutti.

Io vorrei soltanto essere e non sentirmi scomparire mai più.

Ultima modifica di ~~~; 14-10-2013 a 06:23.
Vecchio 14-10-2013, 06:40   #2
Esperto
L'avatar di barclay
 

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Forse il fatto stesso che sia "scientificamente provata" mi spinge ad allontanarmene
Questo è quello che dicono, guardacaso, i comportamentisti. A me non sembra né più né meno provata delle altre. P.es. la TCC liquida i sogni come fenomeni senza significato, eppure è scientificamente provato che la fase REM del sonno è essenziale per il mantenimento della salute mentale; poi c'è la questione dello scaricamento totale della responsabilità per il fallimento della terapia sul paziente: se la TCC non funziona non è mai colpa del terapeuta ma sempre del paziente, che non s'è dato abbastanza da fare (lo dicono anche i terapeuti di altre "scuole", ma almeno loro non si vantano della presunta scientificità dei loro metodi); infine, pensando ai metodi della TCC, ci si chiede «Perché devo PAGARE un tizio per riempirmi la testa di luoghi comuni?!»

Ultima modifica di barclay; 14-10-2013 a 06:56.
Vecchio 14-10-2013, 08:01   #3
Esperto
L'avatar di super unknown
 

Alcuni terapeuti ragionano da motivatori e agisco in tal senso, servo a poco se il disturbo evitante e "grave", come ha detto barclay, la colpa e solo tua se non reagisci e non migliori, sopra corna bastonate.
Vecchio 14-10-2013, 09:14   #4
Esperto
L'avatar di NoSurrender
 

Quote:
Originariamente inviata da ~~~ Visualizza il messaggio

In tutti i siti che ho letto, la terapia più indicata pare essere quella cognitivo-comportamentale.
Anche secondo me la terapia cognitiva è la più adatta, però aggiungo anche che è altrettanto importante la professionalità dello psicoterapeuta ed il rapporto di fiducia tra terapeuta e paziente. Se manca questo si possono fare anni di terapia, ma senza risultati evidenti.
COmunque, con le giuste scelte, si può guarire e stare meglio.
Vecchio 14-10-2013, 10:02   #5
Esperto
L'avatar di Novak
 

Quote:
Originariamente inviata da ~~~ Visualizza il messaggio
Forse mi spaventa l'idea che la terapia debba "aggiustare" le persone, e poi se penso a me mi dico che non voglio essere "normale", vorrei solo riuscire ad esprimere chi sono, infrangere almeno in parte i miei freni inibitori, cessare di sentirmi disgustosa, inferiore e inadeguata, ma che tipo di allenamento cognitivo-comportamentale può aiutarmi a sciogliere questi punti?
Diciamo che questo è tristemente vero.
A me sembra una terapia da Germania degli anni '30
Nel mio percorso terapeutico ho avuto degli elementi anche di tcc, per me a piccole dosi è ottima, ma appunto solo se integrata in una terapia di più ampio respiro che punti anche usando l'introspezione a rimuovere i blocchi mentali e i freni inibitori.
Secondo me a una persona introversa non basta dire esci, fai questo e quest'altro.
Il ragionamento su di sè guidato da un esperto, al contrario di quanto alcuni anche quì pensano, può portare a un radicale cambiamento di mentalità, ovviamente va accompagnato dal mettersi in gioco fuori dallo studio dello psicologo/psichiatra.

Insomma da sola a me pare un po' carente, oltre a essere inadatta per chi ha personalità non estroverse. Coadiuvata da altro (può fare questa "unione" anche un singolo terapeuta, non cè bisogno di pagarne 2 xD) dà grandi risultati, o almeno così è stato per me.
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