La misantropia viene spesso liquidata come odio immotivato verso il genere umano. In realtà, nella maggior parte dei casi, è il risultato finale di un processo lungo e ripetuto: delusioni, prese per il culo, fiducia concessa a chi non la meritava e rospi ingoiati in nome della convivenza civile.
Nessuno si sveglia misantropo a vent’anni perché “gli stanno antipatici gli altri”. Ci si arriva dopo aver visto come funzionano davvero i rapporti umani: opportunismo mascherato da amicizia, rispetto a senso unico, empatia che dura finché servi a qualcosa. Quando non servi più, sparisci.
Personalmente, la mia misantropia non è figlia di un singolo evento, ma dell’accumulo. Ogni inculata archiviata, ogni volta che hai fatto finta di niente per non creare problemi, ogni situazione in cui hai abbassato la testa sperando che fosse l’ultima. Spoiler: non lo è mai.
A un certo punto smetti di giustificare. Non pensi più “è stato un caso” o “non tutti sono così”. Inizi a vedere schemi ricorrenti. E quando li vedi, o diventi ingenuo cronico o alzi un muro. La misantropia, per me, è quel muro: non odio urlato, ma distanza fredda. Meno fiducia, meno aspettative, meno illusioni.
La vera domanda è:
questa visione nasce perché siamo diventati amari… o perché abbiamo finalmente smesso di raccontarcela?
La misantropia è una patologia dell’animo, oppure una risposta lucida a un’umanità che, nella pratica, si dimostra spesso mediocre, egoista e incoerente?
Curioso di sapere se anche per voi è stata una conseguenza naturale dell’esperienza, o se siete riusciti a restare “aperti” senza farvi continuamente prendere a schiaffi.