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Vecchio 02-09-2023, 13:41   #1
Intermedio
 

Siamo fatti di colori
e colori mangiamo.
Eppure come ombre vaghe vaghiamo tra le ombre
nel tentativo di ricomporre
matrici di gesti e pensieri perduti.
Venati d'azzurro
in controluce bisbigliamo bagliori
incastonati tra linee di piombo
come vetrate di cattedrali gotiche.

Per alcune persone la solitudine è come una strada, sentendosi perse l'attraversano con passo svelto.
Per altre è come una casa nella quale sono cresciute e quando ne escono si sentono perse. Questa è la solitudine che si abita. Nessuno può vederla e nessuno può entrare perché non ci sono porte ma solo altissime finestre.
È come un vagare seguendo traiettorie tracciate da muri che incrociano altri muri.
Si cercano corrispondenze, ma le forme sono incerte e gli indirizzi sconosciuti.
E ti domandi se quella persona, seduta da sola agli incroci dell'esistenza, abbia trovato un equilibrio che tu ignori o anche lei attende qualcosa di ignoto che può essere intuito solo con la coda dell'occhio; e quando ti giri non c'è più.
Rimangono spazi vuoti, parole non dette, gesti arrugginiti, sguardi scivolati.

Da migliaia di anni, i social hanno dato solo nuova forma alla stessa sostanza, si crocifiggono pensieri per macchiarsi col sangue e sentirli urlare e così affermare la presenza della vita, per andare oltre ciò che si vede, per sentirsi qualcosa in più della polvere, per non dimenticare e non essere dimenticati, perché ne siamo capaci?
Mettere in fila parole come respiri, anche se tutto sembra così assurdamente senza un senso e allora anche per questo perché non farlo?
Raccontiamo storie perché non ci bastiamo? Perché la capacità di immaginare è un lupo affamato e se non lo nutri ti divora?
Perché tutto ciò che immaginiamo può esistere e tutto ciò che esiste può essere immaginato?
Io l'ho fatto perché se non avessi tirato fuori almeno una parte di tutto quello che si agitava dentro sarei stato avvolto in un turbine di follia, sarei esploso, dilaniato dall'energia inespressa che andava accumulandosi nei recessi della mia interiorità.
Tutto ciò che si accumula prima o poi deve essere liberato, e se non accade in maniera graduale finisce che al formarsi della minima crepa la pressione tira giù tutta la diga.

Il tormento interiore che m'accende come un'eruzione solare, che mi contorce e lancia in volteggi, che spinge e urlare la scrittura e a scrivere le urla, che edifica architetture imprevedibili e smisurate come scheletri di nuvole sauropodi, è un anticorpo, un antidoto contro le frasi e i gesti ripetuti ogni giorno, simili a oggetti prodotti in serie in una ininterrotta catena di montaggio, dove tutto ciò che è non misurabile, incontrollabile, oscuro, diverso, scarsamente decifrabile, viene necessariamente abolito per garantire un equilibrio così prevedibile che ha l'immobilità e la rigidità di un cadavere, o di un calendario appeso al muro in un ufficio dove viene amministrata la burocrazia.
Preferisco la solitudine che mi spinge a desiderare la presenza di qualcuno, anche se non dovessi mai trovare qualcuno in grado di strapparmi ad essa, rispetto alla presenza di qualcuno che mi fa desiderare la solitudine. Perché in quella solitudine c'è tensione, c'è passione, c'è movimento, c'è tempesta, c'è desiderio, c'è speranza, c'è possibilità, c'è il travaglio di un raggio luminoso proiettato nel vuoto più oscuro. Un anelito che spinge verso la ricerca. Mentre nel caso opposto esiste un sentimento di distacco, nausea, regressione, abbandono.

Ecco perché sono sempre fuggito davanti all'umanità, solo in questo modo ho potuto amarla.
Seduto sopra una panchina o in qualche altro angolo tranquillo, quanto l'ho osservata la vita che mi scorreva intorno, in questo panta rei dove tutto nello stesso tempo mi sembrava diverso e uguale. Le vite degli altri andavano avanti, non so dove, mentre io mi sentivo e mi sento come un albero cresciuto aggrappandosi alla roccia sopra un abisso. E ciò che mi separava dagli altri e mi faceva soffrire da un lato, dall'altro era ciò che mi rendeva affascinante agli occhi delle persone ed era anche ciò che mi faceva apprezzare me stesso, che mi dava forza e bellezza e resilienza.
E quando lessi le parole di Paolo Maria Cristalli, così simili alle mie, ho riconosciuto uno spirito affine:

"io per amare ho bisogno della distanza ed è per questo che le cose che amo sono prossime alle stelle"

E allora: per aspera ad astra Paolo, magari ci vedremo lassù da quache parte.
Vecchio 05-09-2023, 22:02   #2
Intermedio
 

Viviamo basandoci su forme apparenti.
Esteriori e interiori.
La nostra vista è breve e confusa.
Possediamo un corpo breve e confuso, e di conseguenza sentiamo la necessità di vedere e toccare e possedere.
E tutto ciò che non possiamo vedere e toccare e possedere, svanisce.
Non esiste.
Compresa la nostra interiorità.

L'interiorità si sente sola.
Dimenticata al buio.
Dove si formano buchi neri che risucchiano qualsiasi oggetto che vogliamo vedere e toccare e possedere.
Minerale, vegetale, animale, umano.
Nulla basta perché le nostre mani a lungo possono trattenere solo il nulla.
Nulla basta perché un buco nero risucchia qualsiasi cosa.
Compresa la nostra interiorità.

La solitudine non esiste quando sei fisicamente solo ma noi vediamo solo questa.
La solitudine esiste quando ti senti tale. Quando qualcosa ti separa. Quando non ti comprendi né sei compreso.
La solitudine è mancanza di collegamento tra interno ed esterno, tra individuo ed esistenza, e diventa esistenziale.
Ecco perché puoi sentirti solo in mezzo ad un gruppo di persone o dentro casa tua vicino a qualcuno che conosci.
Quando succede è terribile.

L'Amore nutre un essere vivente per il solo fatto di esistere.
L'Amore è privo di possesso e di conseguenza privo di un oggetto esclusivo.
L'Amore non rende oggetti, non esclude, non si aspetta qualcosa in cambio e trova in se stesso la propria ragione.

Tutto il resto è solamente egoismo travestito, illusione, e come tale va' riconosciuto.

E se queste parole fossero acqua e casa per il corpo, allora si potrebbe camminare e vivere ovunque.
Sotto la finestra della persona che ha ucciso il tuo egoismo con uno sguardo.
In un deserto, per accudire un fiore sotto i petali del quale vive e si riposa all'ombra una formica.
In una biblioteca ascendente le nuvole.
Sulla corda di un violino di strada nel cuore dell'inverno russo.
Dentro un millimetro quadrato.
Tra le labbra di un bacio negato.

Ultima modifica di insiemealvento; 05-09-2023 a 22:05.
Vecchio 10-09-2023, 16:12   #3
Intermedio
 

Non abbassare la guardia Federico, non adagiarti, hai ancora molto da imparare e da mettere in pratica, e queste parole ti siano da monito.

L'idea che la sofferenza renda necessariamente migliori le persone è una grande illusione.
Non ho dubbi che la sofferenza possa contenere degli insegnamenti e che affrontarla possa far emergere nuove consapevolezze riguardo se stessi e gli altri e la vita, ma non è affatto scontato che possa accadere, perché non occorre solo la predisposizione ma anche l'allenamento, l'abitudine a farlo, quindi serve tempo impegno costanza.
Lo stesso discorso vale per la fatica, la fatica senza consapevolezza e quindi senza comprensione diventa solo abbrutimento.

Se bastasse la sofferenza a rendere migliori le persone a quest'ora, dopo millenni di lacrime e sangue a livello di specie e a livello individuale, vivremmo in un mondo dove la generosità e l'attenzione e la cura nei confronti del prossimo avrebbero praticamente estinto le ingiustizie inaugurando l'era dell'armonia tra gli esseri che vivono sopra questo pianeta.

È evidente che non sia così: tutte le leggi e gli obblighi esterni da soli non bastano.

Pensare che la sofferenza dia accesso a chiunque la sperimenti ad una nuova comprensione è illusione, anzi peggiora la situazione.

Il cristianesimo ha contribuito a diffondere questa illusione dato che il culto della sofferenza e della relativa espiazione fonda le radici del credo cristiano con il simbolo di Gesù crocifisso come riassunto e allegoria del credo: soffro per voi, per espiare i vostri peccati, padre perdonali perché non sanno qiuello che fanno...
Inoltre l'idea di pena come espiazione, con la sofferenza come elemento intrinseco, ha fondato uno dei principi cardine del Diritto Penale.
Anche nell'Arte la sofferenza ha rivestito un ruolo fondamentale come motore espressivo, come ricerca di una catarsi attraverso la sublimazione, come tecnica-linguaggio che ti offre la possibilità di esprimerti e dare una forma visibile e comprensibile all'interiorità, per trasformare anche la sofferenza, trasformarla in qualcosa di bello che possa essere condiviso: un conto è mettersi a urlare a squarcia gola in mezzo ad un gruppo di persone, un conto è dipingere L'urlo di Munch.

Tuttavia la sofferenza senza consapevolezza, senza possibilità di trasformarla in qualcosa di positivo fosse anche un semplice insegnamento etico, non serve a niente, serve solo a stare male, a incattivirsi, ad alimentare la paura e l'insicurezza e la fuga...e le eventuali pretese nei confronti altrui perché tutti chi più chi meno abbiamo bisogno di aiuto.

Comprendere e trasformare la sofferenza e trarne degli insegnamenti e così alimentare una rinnovata consapevolezza e una rinnovata sensibilità nei propri confronti e nei confronti altrui non è semplice e non è scontato, anche perché quando sei assorbito dalla tua sofferenza non ti rimane spazio per altro.

Se la persona è sorda, incapace di uno sguardo lucido, se la riflessione manca di profondità interiore ed esteriore, la sofferenza non farà che renderela ancora più cieca e confusa e a quel punto avrà bisogno dell'intervento esterno, del deus ex machina, e se quell'intervento esterno non arriva, oppure arriva ma non viene accettato, allora rimarrà a lamentarsi e dare la colpa dei propri problemi, dei propri fallimenti, della propria sofferenza, a chiunque: genitori-conoscenti-partner-figli-colleghi di lavoro-il governo ladro-dio-gli alieni-le multinazionali etc etc chiunque può andare bene come capro espiatorio, come totale ricettacolo di tutti i mali...e questo accade perché non si è in grado di riconoscere e assumersi la propria parte di responsabilità che è l'elemento fondamentale per un'analisi lucida, per mettere in luce i propri comportamenti, le reazioni più o meno automatiche che hanno preso piede in noi millimetro dopo millimetro, insomma una consapevolezza che strappi le maschere ipocrite rivelando anche i pensieri, i ragionamenti, che nutriamo nella nostra mente in maniera del tutto autoreferenziale, pensieri e ragionamenti che possono avere la stessa consapevolezza di una bolla di sapone, sapone tossico. Pensieri e ragionamenti che poi diventano pratiche di vita consolidate.

Vivere un rapporto simile significa doversi assumere tutte le responsabilità e quindi tutte le eventuali colpe, si diventa il capro espiatorio di tutti i problemi.
Tuttavia è difficile che alla lunga qualcuno possa reggere una simile situazione e così la persona si troverà sola e a questo punto anche la responsabilità della propria solitudine, così come in precedenza la responsabilità della sofferenza, degli errori, degli eventuali fallimenti, verrà anche in questo caso totalmente collocata all'esterno.
Non avendo imparato a conoscersi ed assumersi le proprie responsabilità la persona poi una volta rimasta sola non è in grado di andare in aiuto di se stessa e attenderà un nuovo intervento esterno a cui dare la colpa se non dovesse essere sufficiente, e di sicuro non lo sarà perché da solo non basta.

Qualsiasi rapporto alla pari fallisce a causa di entrambe le persone, certo possono esserci gradi di responsabilità differenti, percentuali di responsabilità differenti, ma chiunque è convinto che la responsabilità del fallimento sia da attribuire solo ad una parte:
quella persona mente sapendo di mentire oppure non si rende nemmeno conto di quello che dice né di come si comporta e di conseguenza non capisce quello che è successo compresa la propria parte di responsabilità.

Così si diventa vittime inconsapevoli di se stessi, l'ho vissuto sulla mia pelle, e l'incapacità di vedere e comprendere la propria parte di responsabilità non permette di andare oltre e proprio perché non riesce a fare il salto ci si convince di esser privi di responsabilità e si cerca spasmodicamente qualcuno da trasformare in capro espiatorio, qualcosa che diventi il simbolo tangibile di tutti i mali, qualcosa che si può vedere e toccare oltre i fantasmi della mente.
La presenza altrui sgrava dalla propria e così si può continuare a rivolgere l'attenzione verso l'esterno e coloro che lo popolano, e ci si autoconvince che la fonte di tutti i mali sia lì.

Solo mettendo in relazione lo sguardo rivolto verso la propria interiorità con lo sguardo rivolto verso l'esteriore si può uscire da se stessi e da certi meccanismi circolari.

Se non comprendi chi sei tu come singolo e poi come ti poni nei confronti degli altri non potrai mai capire quello che succede all'interno di una relazione perché ti verrà sempre a mancare quella parte della storia, quella parte di responsabilità che riguarda te e solo te e causa delle reazioni nelle persone intorno.

Riconoscere le responsabilità e l'influenza che altre persone (ad esempio i nostri genitori che spesso sono i primi a fare danni) hanno avuto su di noi, l'impatto che hanno avuto sulla nostra vita, è importante perché senza questa consapevolezza verrebbe comunque a mancare una parte fondamentale della storia, però non basta, è necessario comporre il quadro dando il giusto peso alle responsabilità altrui come alle proprie, non si scappa da qui. Che si tratti di un rapporto genitori-figli, stato-cittadini, insegnante-alunni, amici, amanti colleghi di lavoro e via dicendo...il succo del discorso non cambia di una virgola.

Diventare adulti non significa avere una carta di identità da maggiorenne, non significa trovarsi un lavoro, votare, aprire un conto in banca, comprare una casa, sposarsi o fare figli.

Diventare adulti significa imparare a conoscere se stessi e così assumersi le proprie responsabilità davanti a se stessi e davanti agli altri. Significa capire i propri difetti le proprie mancanze i propri errori i propri limiti insieme a quelli delle altre persone. Significa unire l'interno con l'esterno.
Diventare adulti significa mitigare la crudeltà e l'egoismo inconsapevoli che sono tipici dell'infanzia.

Diventare adulti significa capire che il mondo non gira intorno a te, significa realizzare che il pianeta continua a girare e la vita a scorrere intorno come se nulla fosse anche se stai vivendo un evento terribile e ti sembra assurdo che il cielo non sia ancora crollato e il pianeta esploso.
Diventare adulti significa affrontare tutto questo senza la minima certezza di riuscita, senza trovare comode e illusorie giustificazioni.

È un lavoro molto difficile e spesso ingrato certo, ma essere vittima delle circostanze e di se stessi e delle altre persone senza la possibilità di comprendere e agire di conseguenza è una condizione anche peggiore.
Vecchio 10-09-2023, 17:01   #4
Banned
 

Ciao vagabondo intergalattico, da che pianeta arrivi? Qui sulla terra nonostante l'arte, la letteratura e tutti i vertici del pensiero umano, siamo e rimarremo animali nelle viscere, senza la capacità di controllare ciò che abbiamo dentro, ma schiavi delle pulsioni interiori.
Buona permanenza sulla terra.
Vecchio 10-09-2023, 17:40   #5
Intermedio
L'avatar di Nannerl
 

È un ottimo pensiero, e le conclusioni valgono per tutti compreso chi scrive.
Anche non riconoscere un'esigenza, per quanto ritenuta banale, e non stare attenti a ciò che può ferire chi abbiamo vicino è una forma di egoismo e crudeltà e nemmeno inconsapevole dato che quella particolare esigenza era già stata fatta presente e dunque si conosceva, non è una sbadatezza data da inconsapevolezza. Anche il non riservare attenzione per certe esigenze provoca sofferenza perfettamente evitabile, e una propria responsabilità da non minimizzare o ignorare. Anche il non rispondere direttamente ma preferire giri di parole o disamine antropologiche è una forma di egoismo, di esclusione, di non confronto alla pari, di chiusura, di sordità alle ragioni altrui, di una colossale perdita di energie per chiunque quando basterebbe ascoltarsi davvero e ricordare non solo ciò che fa stare bene noi ma anche gli altri. Sempre che si voglia avere un contatto con questi altri.

Nessuno nasce nella pura bontà nè nella cattiveria. In un rapporto alla pari si può essere entrambi vittime e carnefici (soprattutto se si hanno vissuti marchiati da persone abusanti) ma questo serve proprio a far prendere a entrambi consapevolezza di essere sì fallibili ma che è possibile anche - con la giusta attenzione - evitare di ricadere negli stessi errori, errori in cui si incappa entrambi, errori che legandosi l'un l'altro possono diventare una valanga che travolge entrambi perchè nel frattempo la sofferenza accumulata da una vita si canalizza sulla persona su cui si era fatto un investimento emotivo importante (lo stesso già disatteso dalle proprie figure di riferimento) e che in quel momento ci ha ferito o deluso (foss'anche per motivazioni che quest'ultima ritiene stronzate) e dopo restano solo rovine e risentimento, e devi ricostruire tutto daccapo. E sapere che tutto era evitabile solo ponendo attenzione alle diverse sensibilità che si possono avere (e che si dovrebbe riconoscere reciprocamente e rispettare) dovrebbe essere questo di monito per aggiustare il tiro la volta dopo..perchè si avevano già conoscenze sufficienti per evitarlo. Proprio perchè i vissuti e le sensibilità di tutti sono degni di attenzione.
Questo a maggior ragione se si nutre ancora qualche interesse ad avere un rapporto altrimenti l'intero castello di carte viene spazzato via con un soffio alla minima incomprensione, e tutta la discussione ha il sapore di un crogiolarsi e specchiarsi solo nella bella forma e logica delle proprie parole e convinzioni.

Ultima modifica di Nannerl; 10-09-2023 a 17:43.
Ringraziamenti da
SugarPhobic (11-09-2023)
Vecchio 10-09-2023, 19:29   #6
Esperto
L'avatar di Barracrudo
 

Ascoltami non farti troppe domande fidati di me, lavora, fai il tuo, tieni uno stile di vita decente e tira avanti ma non pensare troppo e farti troppe domande, lascia perdere segui anche l istinto ma prima impara a sapere ascoltarlo...
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