Dopo un anno e mezzo di utenza, faccio il mio primo tentativo di apertura di un thread. Finora ho evitato perché mi è sempre parso che molti dei miei problemi fossero già affrontati da altri. Non che quanto segue sia veramente originale, però è uno spunto partito da una (sofferente) lettura. Non amo affatto i libri di
self-improvement, però il titolo ha attirato la mia attenzione
"How to be miserable in your twenties: 40 strategies to fail at adulting". Mi ci sono ritrovato appieno, arrivato alla fine dei 20. Di per se' non rientrerei nella definizione di 'fallimento' dell'autore, nella misura in cui quantomeno ho studiato e correntemente lavoro (ma è un altro discorso), ma certamente la terza parte - la definizione/creazione del se' - ha toccato un nervo scoperto. In particolare, sono stato colpito da una cosa già ben nota, e rilevante - la sezione n. 23 - voi vi identificate con la vostra diagnosi (anche non formale) al punto da esserne condizionati ed evitare conseguentemente sforzi (banalizzo un poco)?
L'autore argomenta in estrema sintesi che la diagnosi in sostanza promuove il paziente ad identificarsi con la stessa e ad infossarsi ulteriormente. Di seguito un'osservazione abbastanza tagliente (per me):
The road to misery is to obey the dictates of the disorder instead. Take your
diagnosis as a script, make it your identity, and lead your life accordingly. Become the obstacle that once was only a barrier standing in your way. Make it who you are, not what you have—or once had.
La diagnosi è un'etichetta insomma, che clinicamente avrebbe molto meno valore rispetto ad una precisa spiegazione causale/teleologica.
Un'osservazione personale a margine.
Nei mesi attorno alla diagnosi (ricevuta a 25 anni, correntemente 29), la stessa in un primo momento ha contribuito ad un'ulteriore chiusura agli sforzi. Vedo molti utenti combattere attivamente la fobia sociale (e/o correlati), altri accettarla come condizione definitiva. Ciò che non condivido nell'argomentazione dell'autore è l'equiparazione alla menomazione fisica. Uscire da determinati schemi mentali ripetitivi acquisiti nel tempo è faticoso e innaturale. Progressivamente ho acquisito esposizione sociale autonomamente, ma farlo poi sulla soglia dei trenta è n volte piu' complesso, specie se alla fobia si aggiunge una riservatezza/introversione di base. Oggi sono piu' tranquillo nel frequentare luoghi pubblici (entro certi limiti), ma questo è funzionamento di base, altra cosa è strutturare relazioni durevoli, e soprattutto accettare alla soglia dei 30 di aver speso gli ultimi 15 (e probabilmente i 15 migliori) anni con capacità minime/insufficiente di elaborare relazioni. Senza aggiungere poi quante volte sono ripartito da zero, ritrovandomi da un giorno all'altro ad aver paura di uscire di casa. Professionalmente è un ostacolo enorme, nella vita privata è un pò come aver saltato uno stadio dello sviluppo. Un conto è sopravvivere; una volta soddisfatti i bisogni di base, pian piano e ho scoperto di aver bisogno di qualcosa di piu', però saper da dove partire è difficile. Con i gruppi di lettura ho faticato e per ora ho mollato. Sul lavoro molte relazioni sono ambigue, e ondeggiano tra solidarietà e ostilità.