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Vecchio 26-10-2012, 18:13   #1
Esperto
L'avatar di EdgarAllanPoe
 

Riprendendo la filosofia di Epicuro, Lucrezio scrive un grande affresco lirico sulla conoscenza umana e le origini dell'universo.
Le origini del Cosmo nel De rerum natura di Lucrezio. Ovvero, la natura delle cose.

Il grande poema di Lucrezio, De rerum natura, lunica opera che ci pervenuta dellautore latino. Probabilmente non compiuta o comunque mancante di una definitiva revisione, lopera il tentativo di descrivere le origini delluniverso. Conservata integralmente da due codici del IX secolo, denominati O e Q, fu riportata alla luce nel 1418 dallumanista Poggio Bracciolini.

Chi ha nozioni elementari di filosofia antica avr notato che il titolo, in latino, rimanda a filosofi arcaici come Esiodo o Empedocle, questultimo autore del celebre poema Sulla natura, vissuti nel V secolo a.C. In realt Lucrezio sincarica del ruolo, non certo comodo, di divulgare la filosofia di Epicuro, grande filosofo antico e fondatore della celebre scuola dellEpicureismo, ma a differenza degli intellettuali del suo tempo sceglie una strada radicalmente diversa, cio quella del poema epico-didascalico, dai tratti particolarmente descrittivi o elogiativi nel trattare qualcosa che di per s ispira meraviglia. Lo stesso Epicuro viene presentato da Lucrezio come una sorta di eroe, colui che ha saputo liberare lumanit dagli orrori ancestrali e dalla paura dellindefinibile. La forma pi congeniale alla sua espressivit non sar n il compendio di filosofia, n il trattato scientifico, ma la poesia solenne.

Composta in esametri, i sei libri dellopera sono articolati in tre gruppi da due: la prima coppia parla di Fisica, la seconda di Psicologia e Antropologia, la terza ed ultima di carattere cosmologico.

Lopera si apre con linno a Venere, personificazione della forza generatrice della Natura, poi si passa agli elementi fondamentali, gli Atomi, particelle infinitamente piccole e indistruttibili che si muovono nel vuoto e che generano le aggregazioni dei corpi e dei mondi; la nascita e la morte, per Epicuro cos come per Lucrezio, sono il risultato del continuo processo di aggregazione e disgregazione. Il percorso degli Atomi rettilineo ma avviene uninclinazione definita clinamen, cio una deviazione che consente, per un solo istante, il volere e la libert dellessere umano. Anche il Corpo e lAnima sono fatti di Atomi; il Paradiso una favola, lAnima destinata a morire assieme al Corpo.

Linfinito movimento delle particelle genera i Simulacra, cio lombra o la copia delle cose, proiezioni che colpiscono i nostri organi percettivi come una patina sottilissima, invisibile, che si posa sui nostri occhi. Ed cos che per Epicuro nasce la Conoscenza, simulacro anchessa in un mondo di simulacri, un insieme dimmagini speculari di un infinito gioco di specchi. Un mondo che, nonostante tutto, resta mortale, destinato a concludersi un giorno in modo del tutto accidentale, cos come esso nato.

Lucrezio ha cercato, nella sua titanica descrizione, di spiegare ogni aspetto dellUomo e del Cosmo, soprattutto di convincere il lettore della validit della dottrina epicurea. Con una scrittura tanto aggressiva e violenta quanto emozionale e vertiginosa, lopera si avvale anche di un certo realismo nel creare caricature e invettive, nellaggredire e scuotere lUomo dalle sue follie: la Natura stessa, ad un tratto, ad essere indignata nei confronti del genere umano, cos incredibilmente attaccato alla vita, lanciandosi in una dissacrante requisitoria contro il suo modo di vivere, segnato dallangoscia e dal dolore, mettendo in ridicolo anche la passione amorosa, mostrandone tutte le contraddizioni.

Molto affascinanti restano, per, i passaggi in cui Lucrezio invita il lettore a riflettere su quanto sia crudele ed ingiusta la Religione (Religio). proprio la Religio ad opprimere gli uomini, a schiacciarli sotto il suo peso, turbando la loro gioia con la paura. Se gli uomini sapessero che dopo la Morte non c nulla, se si convincessero dellinesistenza di una pena eterna profetizzata dai sacerdoti, smetterebbero di essere succubi di ogni forma di superstizione. Secondo Epicuro, lUomo deve superare la paura della Morte, e attraverso la conoscenza delle Leggi che governano lUniverso potr ambire a questa liberazione.

Solo cos potremmo, al riparo sulla terraferma, osservare distaccati il mare in tempesta.

http://www.letteratu.it/2012/10/le-o...ra-delle-cose/
Vecchio 26-10-2012, 18:31   #2
Esperto
L'avatar di albertoc
 

Quote:
Solo cos potremmo, al riparo sulla terraferma, osservare distaccati il mare in tempesta.
Perch non c' niente di pi bello che vedere uno annegare nel mare in tempesta standosene al sicuro sulla terra ferma. Chi che aveva detto questo? Mi venuto in mente ora
Vecchio 26-10-2012, 18:35   #3
Roy
Banned
 

Hai riportato i fatti. E' vero, non si pu dire che tu non abbia fatto i compiti a casa... purtroppo la considerazione che si dovrebbe avere del pensiero degli autori antichi, per quanto attaccata a fonti scritte, dovrebbe prendere in considerazione quest'ultime senza filtrarne i contenuti.
Perci se parliamo del De rerum natura ti do ragione, nel complesso un poema didascalico molto affascinante.
Se parliamo dello scrittore non sono mai stato favorevolmente colpito, in quanto fonti storiche provano che il suo avvicinamento alla filosofia epicurea lo escludeva, in un periodo storico come quello vissuto nella Roma del suo tempo, dalla vita politica attiva, rendendolo ininfluente ed emarginato.
Vecchio 26-10-2012, 19:37   #4
Esperto
L'avatar di VyCanisMajoris
 

Quote:
Originariamente inviata da EdgarAllanPoe Visualizza il messaggio
Solo cos potremmo, al riparo sulla terraferma, osservare distaccati il mare in tempesta.
La nascita dell'estetica del sublime.
Il De rerum natura di sicuro una delle opere in versi pi affascinanti della Roma antica
Vecchio 26-10-2012, 21:46   #5
Esperto
L'avatar di Pluvia
 

Quote:
Originariamente inviata da SA. Visualizza il messaggio
Purtroppo non ho avuto occasione di guardare in Lucrezio.
Non ti preoccupare, ci penso io

Quote:
Originariamente inviata da EdgarAllanPoe Visualizza il messaggio
L’opera si apre con l’inno a Venere
Eccolo, in tutta la sua straordinaria e meravigliosa bellezza, il passo latino (mi sono permesso di segnare gli accenti dell'esametro e di tradurre)

Aneadm genetrx, hominm divmque volptas,
lma Vens, cael subtr labntia sgna
qua mare nvigerm, quae trras frgiferntis
cncelebrs, per t quonim genus mne animntum
cncipitr vistque exrtum lmina slis:
t, dea, t fugint vent, te nbila cali
dventmque tum, tibi suvis dadala tllus
smmittt flors, tibi rdent aquora pnti
plcatmque nitt diffso lmine calum.
Nm simul c specis patefctast vrna dii
t reserta vigt genitbilis ura Favni,
ria primm volucrs te, dva, tumque
sgnificnt initm perclsae crda tu vi.
I’nde fera pecuds persltant pbula lata
t rapids trannt amns: ita cpta lepre
t sequitr cupid quo qumque indcere prgis.
Dnique pr maria c monts fluvisque, rapcis
frndifersque doms avim campsque virntis
mnibus ncutins blandm per pctora amrem
fficis t cupid genertim sacla propgent.
Qua quonim rerm natram sla gubrnas
nc sine t quicqum dis in lminis ras
xoritr neque ft laetm neque ambile qucquam,
t socim stude scribndis vrsibus sse
qus ego d rerm natra pngere cnor
Mmmiada nostr, quem t, dea, tmpore in mni
mnibus rnatm volusti excllere rbus.
Qu magis aternm da dctis, dva, leprem.
E’ffice ut ntere fera monera mlitii
pr maria c terrs omns sopta quiscant.
Nm tu sla pots tranqulla pce iuvre
mrtals, quonim bell fera monera Mvors
rmipotns regit, n gremim qui sape tum se
ricit atern devctus vlnere amris,
tque ita sspicins teret cervce repsta
pscit amre avids inhins in t, dea, vsus,
que tu pendt resupni spritus re.
Hnc tu, dva, tu recubntem crpore sncto
crcumfsa supr, suavs ex re loqullas
fnde petns placidm Romnis, ncluta pcem.
Nm neque ns agere hc patrii tmpore inquo
pssumus aquo anim nec Mmmi clra propgo
tlibus n rebs commni dsse salti.


Genitrice degli Eneadi, volutt di uomini e di,
alma Venere, che sotto gli astri vaganti del cielo
il mare solcato da navi e le terre produttrici di messi
popoli, poich per mezzo di te ogni specie degli animati
concepita e, sorta, vede la luce del sole:
te, dea, te fuggono i venti, te le nubi del cielo
e il tuo avvento, per te la terra industriosa emette
fiori soavi, per te ridono le acque del mare
e il cielo placato risplende di luce diffusa.
Non appena si svela l’aspetto primaverile del giorno
e liberata ha vigore l’aura vivificatrice del Favonio,
per primi gli uccelli dell’aria te, diva, e il tuo
arrivo annunziano, turbati i cuori dalla tua forza.
Poi le fiere e gli armenti balzano per i pascoli lieti
e i rapidi fiumi attraversano: cos preso dal fascino tuo
ognuno ti segue bramosamente ovunque tu seguiterai a condurlo.
E infine per i mari e i monti e i fiumi travolgenti
e le dimore frondose degli uccelli e i campi verdeggianti
a tutti incutendo blando amore per i petti,
fai s che cupidamente si propaghino le generazioni secondo le stirpi.
Poich tu sola governi la natura delle cose
e senza te nulla nelle divine regioni di luce
sorge, n avviene nulla di lieto n amabile,
desidero te come compagna nello scrivere versi
i quali io sulla natura delle cose mi accingo a comporre
per la stirpe del nostro Memmio, che tu , dea, in ogni tempo
volesti eccellesse ornata di tutte le cose.
Tanto pi eterna grazia concedi ai miei detti, o diva.
e fa’ che intanto le feroci opere della guerra
per i mari e le terre tutte sopite riposino.
Infatti tu sola puoi con tranquilla pace giovare
ai mortali, poich le opere feroci di guerra Marte
potente nell’armi governa, il quale spesso nel grembo tuo
si getta, vinto dall’eterna ferita d’amore,
e cos contemplandoti, riposto il collo ben tornito,
sazia d’amore, anelante a te, gli sguardi avidi,
e alla tua bocca sospeso il respiro del supino (Marte).
Mentre questo riposa sul tuo corpo santo,
riversandoti su di lui, soavi parole dalla bocca
effondi chiedendo la placida, inclita pace per i Romani.
Infatti io non posso compiere ci in un tempo iniquo per la patria
con sereno animo , n l’illustre progenie di Memmio
in tali occasioni puo’ mancare alla comune salvezza.

(Lucrezio, De rerum Natura, Libro I 1-43)

Ultima modifica di Pluvia; 26-10-2012 a 22:17.
Vecchio 26-10-2012, 22:40   #6
Banned
 

Bel libro: comunque vi era una enorme scritta sulla facciata di una scuola privata all'ultimo piano che campeggiava di fronte la mia scuola media, per 3 anni ogni giorno vedevo questa frase di Lucrezio e mi chiedevo cosa volesse dire. Lo scoprii anni dopo. Ho questo ricordo come qualcosa riguardante un quadro surrealista, infatti abbastanza insolito trovare una scritta latina su un palazzo e osservarla per anni chiedendosene il significato.
Vecchio 26-10-2012, 23:04   #7
Esperto
 

Che figata quei tre accenti sulla u in sequenza:

Aneadm genetrx, hominm divmque volptas

Son pochi quelli che possono dire di aver poetato meglio (uno in particolare ).

Ultima modifica di Winston_Smith; 26-10-2012 a 23:18.
Vecchio 26-10-2012, 23:25   #8
Esperto
L'avatar di Rick Blaine
 

Quote:
Originariamente inviata da dany91 Visualizza il messaggio


Eccolo, in tutta la sua straordinaria e meravigliosa bellezza, il passo latino

Aneadm genetrx, hominm divmque volptas,
lma Vens, cael subtr labntia sgna
qua mare nvigerm, quae trras frgiferntis
cncelebrs, per t quonim genus mne animntum
cncipitr vistque exrtum lmina slis:
t, dea, t fugint vent, te nbila cali
dventmque tum, tibi suvis dadala tllus
smmittt flors, tibi rdent aquora pnti
plcatmque nitt diffso lmine calum.
Nm simul c specis patefctast vrna dii
t reserta vigt genitbilis ura Favni,
ria primm volucrs te, dva, tumque
sgnificnt initm perclsae crda tu vi.
Inde fera pecuds persltant pbula lata
t rapids trannt amns: ita cpta lepre
t sequitr cupid quo qumque indcere prgis.
Dnique pr maria c monts fluvisque, rapcis
frndifersque doms avim campsque virntis
mnibus ncutins blandm per pctora amrem
fficis t cupid genertim sacla propgent.
Qua quonim rerm natram sla gubrnas
nc sine t quicqum dis in lminis ras
xoritr neque ft laetm neque ambile qucquam,
t socim stude scribndis vrsibus sse
qus ego d rerm natra pngere cnor
Mmmiada nostr, quem t, dea, tmpore in mni
mnibus rnatm volusti excllere rbus.
Qu magis aternm da dctis, dva, leprem.
Effice ut ntere fera monera mlitii
pr maria c terrs omns sopta quiscant.
Nm tu sla pots tranqulla pce iuvre
mrtals, quonim bell fera monera Mvors
rmipotns regit, n gremim qui sape tum se
ricit atern devctus vlnere amris,
tque ita sspicins teret cervce repsta
pscit amre avids inhins in t, dea, vsus,
que tu pendt resupni spritus re.
Hnc tu, dva, tu recubntem crpore sncto
crcumfsa supr, suavs ex re loqullas
fnde petns placidm Romnis, ncluta pcem.
Nm neque ns agere hc patrii tmpore inquo
pssumus aquo anim nec Mmmi clra propgo
tlibus n rebs commni dsse salti.


(Lucrezio, De rerum Natura, Libro I 1-43)




Tra i vertici della poesia di ogni epoca... credo non ci sia bisogno di dire altro.

Vecchio 27-10-2012, 13:59   #9
Roy
Banned
 

Quote:
Originariamente inviata da Winston_Smith Visualizza il messaggio
Che figata quei tre accenti sulla u in sequenza:

Aneadm genetrx, hominm divmque volptas

Son pochi quelli che possono dire di aver poetato meglio (uno in particolare ).

Troppo bello per essere vero, infatti sbagliato.
Divmpue erroneo: divom la forma corretta del genitivo plurale seppur con desinenza arcaica ed sintatticamente collegato con hominm.
Vecchio 27-10-2012, 15:27   #10
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Originariamente inviata da Roy Visualizza il messaggio
Troppo bello per essere vero, infatti sbagliato.
Divmpue erroneo: divom la forma corretta del genitivo plurale seppur con desinenza arcaica ed sintatticamente collegato con hominm.
Alcuni sostantivi al genitivo plurale presentano talvolta l'antica terminazione -um, anzich -orum. Ci avviene per i nomi delle monete (es nummus "moneta" che ha genitivo plurale nummum); in formule ufficiali praefectus fabrum "capo dei genieri"; e nel linguaggio poetico, in cui molto frequente trovare deum anzich deorum, virum anzich virorum, Achivum anzich Achivorum (gen. di Achivi, cio Achei).
La desinenza originaria del genitivo plurale era -om (con la o breve), divenuta -um (con la u breve), forma rimasta viva nel linguaggio poetico.
Come vedi non erroneo n sbagliato: alcuni codici pervenutici hanno la forma in -om, altre in -um, differenze dovute alle scelte (o agli errori) dei copisti amanuensi (a proposito dell'incapacit di cotali Petrarca scrisse: "Non riusciresti a distinguere ci che tu stesso hai scritto, scritto da un altro").
Solitamente in filologia la versione pi rara e difficile (lectio difficilior) viene maggiormente considerata rispetto a quella pi facile e comune (lectio facilior), dovuta a banalizzazione. Qui la lectio facilior sarebbe -um, la difficilior quella in -om; ho messo la prima perch nel libro che ho c' questa.

Ultima modifica di Pluvia; 27-10-2012 a 15:31.
Vecchio 27-10-2012, 15:39   #11
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Quote:
Originariamente inviata da dany91 Visualizza il messaggio
Come vedi non erroneo n sbagliato: alcuni codici pervenutici hanno la forma in -om, altre in -um, differenze dovute alle scelte (o agli errori) dei copisti amanuensi (a proposito dell'incapacit di cotali Petrarca scrisse: "Non riusciresti a distinguere ci che tu stesso hai scritto, scritto da un altro").
Solitamente in filologia la versione pi rara e difficile (lectio difficilior) viene maggiormente considerata rispetto a quella pi facile e comune (lectio facilior), dovuta a banalizzazione. Qui la lectio facilior sarebbe -um, la difficilior quella in -om; ho messo la prima perch nel libro che ho c' questa.
Non ho voluto scrivere niente in risposta al commento precedente, perch ero certo sarebbe arrivata una tua puntuale precisazione sulle varie lectio di un codice. Per, in quest'ambiente, sai com': lectio difficilior potior.
Vecchio 27-10-2012, 18:53   #12
Esperto
L'avatar di Pluvia
 

Quote:
Originariamente inviata da EdgarAllanPoe Visualizza il messaggio
Lo stesso Epicuro viene presentato da Lucrezio come una sorta di eroe, colui che ha saputo liberare l’umanit dagli orrori ancestrali e dalla paura dell’indefinibile.
Quote:
Originariamente inviata da EdgarAllanPoe Visualizza il messaggio
Molto affascinanti restano, per, i passaggi in cui Lucrezio invita il lettore a riflettere su quanto sia crudele ed ingiusta la Religione (Religio). proprio la Religio ad opprimere gli uomini, a schiacciarli sotto il suo peso, turbando la loro gioia con la paura.
Eccoli: L'ELOGIO DI EPICURO e LE CONSEGUENZE DELLA RELIGIONE.

Hmana nte oculs foed cum vta iacret
n terrs opprssa grav sub rligine,
qua caput cael reginibus stendbat
hrribil super spect mortlibus nstans,
prmum Grius hom mortlis tllere cntra
st oculs auss primsque obsstere cntra;
qum neque fma dem nec flmina nc minitnti
mrmure cmpresst caelm, sed o magis crem
nritt anim virttem, effrngere ut rta
ntura prims portrum clustra cupret.
rgo vvida vs anim pervcit et xtra
prcesst long flammntia monia mndi
tque omne mmensm peragrvit mnte animque,
nde refrt nobs victr quid pssit orri,
qud nequet, finta potstas dnique cique
qunam st ratine atque lte trminus harens.
Qure rligi pedibs subicta vicssim
pteritr, nos xaequt victria calo.
llud in hs rebs verer, ne frte reris
mpia t ratinis inre elemnta vimque
ndugred scelers. Quod cntra sapius lla
rligi pepert scelersa atque mpia fcta.
ulide qu pact Trivii vrginis ram
phianssa turprunt snguine fode
dctors Danam delcti, prma virrum.
Ci simul nfula vrgines circmdata cmptus
x utrque par malrum prte profsast,
t maestm simul nte ars adstre parntem
snsit et hnc proptr ferrm celre minstros
spectque su lacrims effndere cvis,
mta met terrm genibs summssa petbat.
Nc misera prodsse in tli tmpore qubat,
qud patri princps donrat nmine rgem;
nm sublta virm manibs tremibndaque ad ras
dductst, non t sollmni mre sacrrum
prfect posst clar comitr Hymenao,
sd casta ncest nubndi tmpore in pso
hstia cncidert macttu masta parntis,
xitus t class felx faustsque dartur.
Tntum rligi potut suadre malrum.


Giacendo la vita umana davanti agli occhi turpemente,
sulla terra oppressa sotto la grave religione,
che il capo dalle regioni del cielo mostrava
con orribile aspetto sovrastando i mortali,
per primo un uomo greco ard sollevare
gli occhi mortali contro, e per primo opporlesi;
il quale n la fama degli di, n i fulmini, n con
minaccioso mormorio il cielo dom, ma ancor pi ne
incit l'acre virt dell'animo, cos che infrangere i luoghi
chiusi delle porte della natura per primo desider.
Dunque la vivida forza dell'animo trionf, e
procedette lungamente oltre le fiammanti mura del mondo,
e tutto l'universo percorse con mente e cuore,
onde riporta a noi vittorioso quel che nascere possa,
quel che non possa, e infine la finita potenza d'ogni cosa
per quale ragione ci sia e il termine profondamente confitto.
Perci la religione a sua volta gettata sotto i piedi
calpestata, e noi eguaglia la vittoria al cielo.
Quello io temo tra questa cose, che tu per caso creda
d'iniziarti agli empi elementi di tale dottrina e nella via
della scelleratezza entrare. Al contrario pi spesso
quella religione ha partorito fatti scellerati ed empi.
In tale modo in Aulide l'ara della vergine Trivia
(Artemide)
deturparono col sangue di Ifianassa (Ifigenia) vergognosamente
i generali scelti dei Danai, primizie fra gli uomini.
Non appena ad ella la benda cinta alle chiome verginali
in pari modo su entrambe le guance cal,
ed ella s'accorse che il mesto padre davanti alle are
stava e presso di lui il ferro i ministri
(sacerdoti) celavano,
e che alla sua vista lacrime effondevano i concittadini,
muta per il terrore, piegatasi sulle ginocchia, si rivolgeva verso la terra.
N alla misera poteva giovare in simile tempo
che per prima il patrio nome avesse donato al re
(era primogenita),
infatti sollevata dalle mani degli uomini e tremebonda, agli altari
fu condotta, non affinch compiuto il solenne rito dei sacrifici
potesse essere accompagnata dall'illustre Imeneo
(dio delle nozze),
ma affinch lei pura impuramente nello stesso tempo di nozze
cadesse come mesta vittima sotto il colpo del padre,
perch una partenza felice e fausta alla flotta fosse concessa.
A tal punto di mali pot persuadere la religione.


(Lucrezio, De rerum natura, libro I 62-101)

Ultima modifica di Pluvia; 27-10-2012 a 22:59.
Vecchio 28-10-2012, 00:23   #13
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Chi crede che Virgilio sia il miglior poeta latino si sbaglia.
Lucrezio ha composto un'opera impressionante, io amo il De rerum natura. Ma di poeti poco conosciuti che meritano elogi ce ne sono molti, come ad esempio Manlio
Vecchio 28-10-2012, 00:29   #14
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Quote:
Originariamente inviata da rainy Visualizza il messaggio
Chi crede che Virgilio sia il miglior poeta latino si sbaglia.
Lucrezio ha composto un'opera impressionante, io amo il De rerum natura. Ma di poeti poco conosciuti che meritano elogi ce ne sono molti, come ad esempio Manlio
Penso che stabilire una graduatoria sia alquanto inutile. La bellezza della poesia altamente soggettiva perch tocca corde diverse in personalit diverse.
Vecchio 28-10-2012, 00:32   #15
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Eccoli: L'ELOGIO DI EPICURO e LE CONSEGUENZE DELLA RELIGIONE.

Hmana nte oculs foed cum vta iacret
n terrs opprssa grav sub rligine,
qua caput cael reginibus stendbat
hrribil super spect mortlibus nstans,
prmum Grius hom mortlis tllere cntra
st oculs auss primsque obsstere cntra;
qum neque fma dem nec flmina nc minitnti
mrmure cmpresst caelm, sed o magis crem
nritt anim virttem, effrngere ut rta
ntura prims portrum clustra cupret.
rgo vvida vs anim pervcit et xtra
prcesst long flammntia monia mndi
tque omne mmensm peragrvit mnte animque,
nde refrt nobs victr quid pssit orri,
qud nequet, finta potstas dnique cique
qunam st ratine atque lte trminus harens.
Qure rligi pedibs subicta vicssim
pteritr, nos xaequt victria calo.
llud in hs rebs verer, ne frte reris
mpia t ratinis inre elemnta vimque
ndugred scelers. Quod cntra sapius lla
rligi pepert scelersa atque mpia fcta.
ulide qu pact Trivii vrginis ram
phianssa turprunt snguine fode
dctors Danam delcti, prma virrum.
Ci simul nfula vrgines circmdata cmptus
x utrque par malrum prte profsast,
t maestm simul nte ars adstre parntem
snsit et hnc proptr ferrm celre minstros
spectque su lacrims effndere cvis,
mta met terrm genibs summssa petbat.
Nc misera prodsse in tli tmpore qubat,
qud patri princps donrat nmine rgem;
nm sublta virm manibs tremibndaque ad ras
dductst, non t sollmni mre sacrrum
prfect posst clar comitr Hymenao,
sd casta ncest nubndi tmpore in pso
hstia cncidert macttu masta parntis,
xitus t class felx faustsque dartur.
Tntum rligi potut suadre malrum.


Giacendo la vita umana davanti agli occhi turpemente,
sulla terra oppressa sotto la grave religione,
che il capo dalle regioni del cielo mostrava
con orribile aspetto sovrastando i mortali,
per primo un uomo greco ard sollevare
gli occhi mortali contro, e per primo opporlesi;
il quale n la fama degli di, n i fulmini, n con
minaccioso mormorio il cielo dom, ma ancor pi ne
incit l'acre virt dell'animo, cos che infrangere i luoghi
chiusi delle porte della natura per primo desider.
Dunque la vivida forza dell'animo trionf, e
procedette lungamente oltre le fiammanti mura del mondo,
e tutto l'universo percorse con mente e cuore,
onde riporta a noi vittorioso quel che nascere possa,
quel che non possa, e infine la finita potenza d'ogni cosa
per quale ragione ci sia e il termine profondamente confitto.
Perci la religione a sua volta gettata sotto i piedi
calpestata, e noi eguaglia la vittoria al cielo.
Quello io temo tra questa cose, che tu per caso creda
d'iniziarti agli empi elementi di tale dottrina e nella via
della scelleratezza entrare. Al contrario pi spesso
quella religione ha partorito fatti scellerati ed empi.
In tale modo in Aulide l'ara della vergine Trivia
(Artemide)
deturparono col sangue di Ifianassa (Ifigenia) vergognosamente
i generali scelti dei Danai, primizie fra gli uomini.
Non appena ad ella la benda cinta alle chiome verginali
in pari modo su entrambe le guance cal,
ed ella s'accorse che il mesto padre davanti alle are
stava e presso di lui il ferro i ministri
(sacerdoti) celavano,
e che alla sua vista lacrime effondevano i concittadini,
muta per il terrore, piegatasi sulle ginocchia, si rivolgeva verso la terra.
N alla misera poteva giovare in simile tempo
che per prima il patrio nome avesse donato al re
(era primogenita),
infatti sollevata dalle mani degli uomini e tremebonda, agli altari
fu condotta, non affinch compiuto il solenne rito dei sacrifici
potesse essere accompagnata dall'illustre Imeneo
(dio delle nozze),
ma affinch lei pura impuramente nello stesso tempo di nozze
cadesse come mesta vittima sotto il colpo del padre,
perch una partenza felice e fausta alla flotta fosse concessa.
A tal punto di mali pot persuadere la religione.


(Lucrezio, De rerum natura, libro I 62-101)
qual' il succo della poesia?
Vecchio 28-10-2012, 00:41   #16
Banned
 

Quote:
Originariamente inviata da Martello Visualizza il messaggio
Penso che stabilire una graduatoria sia alquanto inutile. La bellezza della poesia altamente soggettiva perch tocca corde diverse in personalit diverse.
Certo, il piacere soggettivo che ognuno di noi trae da una poesia o da un libro la base del successo della scrittura.
Ma ci che fa "grande" un'artista non solo l'acclamazione di una parte del pubblico, ma un complimento oggettivo, esteso e condiviso da pi persone
Vecchio 28-10-2012, 01:04   #17
Esperto
L'avatar di Pluvia
 

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Originariamente inviata da Sverso Visualizza il messaggio
qual' il succo della poesia?

Probabilmente non conosci la vicenda di Ifigenia.

Ifigenia la figlia di Agamennone e Clitennestra.
Agamennone un giorno uccise una cerva con una freccia ed esclam inorgoglito che nemmeno la dea Artemide ci sarebbe riuscita, oppure promise alla dea di sacrificarle la creatura pi bella nata quell'anno nel suo regno (lo stesso in cui nacque Ifigenia) ma si rifiut di immolarla, o ancora uccise una capra sacra alla dea (le fonti discordano). Artemide si offese per il sacrilegio e scaten forti venti che respingevano le navi greche sulle coste dell'Aulide, impedendo loro di salpare per Troia.
L'indovino Calcante fu consultato e vaticin che la flotta non sarebbe salpata se Agammenone non avesse sacrificato alla dea la pi bella tra le sua figlie.
In Aulide Ifigenia fu sottratta alla sua uccisione dalla stessa Artemide, che la sostitu con una cerva; secondo altre fonti fu invece uccisa nel sacrificio.

Adesso ti chiaro?
Vecchio 28-10-2012, 01:06   #18
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Originariamente inviata da rainy Visualizza il messaggio
Certo, il piacere soggettivo che ognuno di noi trae da una poesia o da un libro la base del successo della scrittura.
Ma ci che fa "grande" un'artista non solo l'acclamazione di una parte del pubblico, ma un complimento oggettivo, esteso e condiviso da pi persone
In quanto complimento soggettivo, e poi l'acclamazione da parte di un pubblico vasto non rende un artista grande.

Vi sono artisti sconosciuti che sono grandi al pari di quelli acclamati

Vi sono artisti che non piacciono in un tempo e che poi piacciono molti anni, decadi, secoli dopo

L'acclamazione non un metro di giudizio affidabile, labile e le fortune sono instabili e avverse, almeno io la penso cos.
Vecchio 28-10-2012, 01:16   #19
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Originariamente inviata da Martello Visualizza il messaggio
In quanto complimento soggettivo, e poi l'acclamazione da parte di un pubblico vasto non rende un artista grande.

Vi sono artisti sconosciuti che sono grandi al pari di quelli acclamati

Vi sono artisti che non piacciono in un tempo e che poi piacciono molti anni, decadi, secoli dopo

L'acclamazione non un metro di giudizio affidabile, labile e le fortune sono instabili e avverse, almeno io la penso cos.
Infatti non ho detto che l'acclamazione imprescindibile per arrivare alla grandezza, ho detto che per ricevere riconoscimenti e meriti occorre anche un favorevole giudizio da parte di chi solitamente si esprime per altri generi.
E' ovvio che si parli di giudizi critici, che in pochi sanno esprimere
Vecchio 28-10-2012, 01:35   #20
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Originariamente inviata da rainy Visualizza il messaggio
Infatti non ho detto che l'acclamazione imprescindibile per arrivare alla grandezza, ho detto che per ricevere riconoscimenti e meriti occorre anche un favorevole giudizio da parte di chi solitamente si esprime per altri generi.
E' ovvio che si parli di giudizi critici, che in pochi sanno esprimere
Pensi che bastino i giudizi critici per essere ''grandi''? Da cosa giudici la grandezza?

Voglio trasmettere il messaggio che la grandezza qualcosa di meramente soggettivo, non occorrono n i giudizi critici(gli interpreti della grandezza lasciano il tempo che trovano e vivono) n l'acclamazione del popolo

La grandezza qualcosa che ognuno osserva e sente e tocca con mano, riguardo a un poeta, uno scrittore, una persona vivente, perch tocca corde dentro di noi.

Il giudizio critico un tecnicismo sterile, va bene per giudizi da Scolastica.
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