Stavo riflettendo sul fatto che, per gran parte della mia adolescenza, ho considerato l'amore un po' come veniva descritto nei romanzi medievali, o alla Romeo e Giulietta di Shakespeare, cioè l'amore idealizzato, potente, totale.
Il solo pensiero di potermi innamorare mi faceva stare bene, se poi avevo in mente una ragazza, anche senza dichiararmi io ero già felice. Toccare le cose che toccava lei, sentirne il profumo passandole vicino, conversare, sfiorarsi era come il paradiso. Le classiche farfalle nello stomaco, cosa darei per sentirle ancora.
Quello che provavo era amore, o amore per l'amore, ma era amore vero per davvero, infinito, strabiliante, smisurato.
Era quello che ti faceva fare e pensare cose disumane, se avevi estro per un'arte, l'amore ti forniva ispirazione senza fine, mai provata prima.
Poi arrivava la delusione, e allora ecco uno strascico di dolore che spingeva da dentro per uscire, quanta musica celestiale! Quanto soffrire però quanto mi sono sentito vivo.
Cosa darei per tornare a quei tempi lì.
Mi crederete matto! Deh