La prima a essere cacciata è stata una fotografa e attivista iraniana, che si è unita al corteo brandendo la bandiera dell’Iran dei dissidenti, quella con il leone d’oro al posto del simbolo della Repubblica islamica. Era la bandiera ufficiale del Paese prima della rivoluzione islamica del 1979 ed è diventata la bandiera simbolo delle proteste contro gli ayatollah, che evidentemente sono difesi dalla comunità Lgbtq bolognese del Pride. Quando si è inserita nel corteo ha gridato “free Palestine from Hamas”. Accanto a lei, invece, avvolta nella bandiera arcobaleno con una stella di David al centro c’era un’altra attivista, che ha gridato “Jewish and iranian Lgbtq lives matter”. Una frase che ha senso profondo e pratico: in Iran gli esponenti della comunità Lgbtq vengono condannati a morte o, comunque, quando va bene, torturati. E non diverso è quanto accade sotto Hamas.
In pratica la sinistra italiana lgbt sostiene il regime criminale iraniano e la associazione terroristica palestinese, due entità che uccidono quotidianamente chi è lgbt , polli in fila per entrare da KFC, peccato che non ce li facciano entrare proprio in quanto omosessuali.