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Vecchio 07-03-2006, 21:19   #10
Lilith
Esperto
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Credo che fare volontariato o comunque impegnarsi in qualcosa in cui si crede sia davvero un grande ricostituente per l'autostima, oltre che una spinta ad affrontare le proprie fobie e frequentare persone con cui si condivide qualcosa.
E se qualcuno che si sentisse particolarmente sensibile a qualche tematica mi chiedesse un consiglio, lo incoraggerei senz'altro a muoversi in questa direzione.

Ma non credo si possa pensare di fare volontariato solo per "fare qualcosa" (non si reggerebbe, occorre davvero tanta motivazione) e, men che meno, per autoconsolarsi confrontandosi chi sta peggio di noi (in questo caso vedo un filo di sadismo, che sarebbe meglio uno sfogasse in altri modi). Neppure per sentirsi più buoni, o magari più cristiani, degli altri (anche questo è un rischio che si corre, e i risultati sono aberranti).

Avere a che fare con realtà dolorose mette a dura prova: si può arrivare a non reggere più tanto dolore, a non sopportare il divario fra i nosti ideali e la cruda realtà, a tornare a casa a pezzi con gli occhi gonfi di lacrime oppure anche a diventare cinici. Ci si può sentire piccoli e fragili e aver paura di non farcela. Perché a volte oltre al tuo, devi reggere sulle spalle il dolore di un altro. Ed è vero che in parte tanti problemi della quotidianità ti appariranno sciocchezze di fronte a cose ben più gravi, ma di queste cose sentirai il peso che ti opprime. E ti scontrerai con l'impotenza, perché ti sembrerà di voler prosciugare il mare con un secchiello.
C'è una specifica patologia che colpisce gli operatori sociali, e si chiama buon-out: bruciarsi.
 


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