Re: Italia islamica
Fassismo, fassismo!!
Quote:
La spada di Maometto rotea sulle nostre teste. «Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Non le pronunciò un provocatore da tastiera. Non le scrisse un agitatore di piazza. Le citò un Papa, Benedetto XVI, nell'aula magna dell'Università di Ratisbona, nel cuore di una lectio magistralis sul rapporto tra fede e ragione.
Parole di un imperatore bizantino del Trecento, Manuele II Paleologo, che Ratzinger ebbe la cura intellettuale di introdurre definendole "di una brutalità per noi inaccettabile". Non bastò. Il mondo islamico rispose esattamente nel modo descritto dall'imperatore: con la spada.
Era il 12 settembre 2006. Il Lashkar-e-Taiba, organizzazione jihadista pakistana responsabile della strage di Mumbai del 2008 con 170 morti, emise una fatwa: uccidete il Papa. A Mosul fu decapitato il sacerdote siro-ortodosso Paulos Iskander. A Mogadiscio venne assassinata suor Leonella Sgorbati, sessantacinque anni di vita spesi per i bambini somali. Chiese incendiate dal Nordafrica al Pakistan.
Salih Kapusuz, numero due del partito di Erdogan, paragonò Ratzinger a Hitler: accostamento grottesco da parte di un paese che porta sulla coscienza il genocidio di un milione e mezzo di armeni, cristiani sterminati in quanto cristiani dall'Impero Ottomano nel 1915.
Muhammad Sayyid Tantawi, Gran Sheikh di Al-Azhar, la massima autorità teologica dell'islam sunnita, bollò le parole del Pontefice come prova di "chiara ignoranza". Al-Azhar sospese il dialogo con la Santa Sede, riallacciato solo anni dopo sotto un Papa fin troppo accomodante. Il New York Times definì le parole di Benedetto XVI "tragiche e pericolose". Marco Politi, su Repubblica, scrisse che il Papa aveva "tragicamente spezzato" il dialogo con l'islam. Come se il dialogo lo avesse rotto chi poneva le domande e non chi rispondeva con i coltelli.
Ratzinger fu crocifisso come islamofobo. Era un profeta.
Da quel 12 settembre la storia non ha fatto altro che dargli ragione. Parigi, gennaio 2015: i fratelli Kouachi sterminano la redazione di Charlie Hebdo, dodici morti, colpa di qualche vignetta.
Parigi, novembre 2015: centotrenta cadaveri al Bataclan, la più grande strage terroristica nella storia della Francia. Bruxelles, marzo 2016: trentadue morti tra l'aeroporto e la metropolitana.
Nizza, luglio 2016: un camion sulla folla della Promenade des Anglais nella notte della festa nazionale, ottantasei vite spezzate. Berlino, dicembre 2016: un altro camion, un mercatino di Natale, dodici morti.
Manchester, maggio 2017: ventidue persone fatte a pezzi all'uscita di un concerto, molte erano ragazzine. Barcellona, agosto 2017: un furgone sulla Rambla, sedici morti. Strasburgo, dicembre 2018: ancora un mercatino di Natale, cinque vittime, tra cui l'italiano Antonio Megalizzi.
Poi la spada si è fatta ancora più mirata.
Il 26 luglio 2016, a Saint-Étienne-du-Rouvray, due jihadisti entrarono in una chiesa durante la Messa e sgozzarono padre Jacques Hamel sull'altare. Ottantacinque anni, ammazzato mentre celebrava l'Eucaristia.
Il 16 ottobre 2020, a Conflans-Sainte-Honorine, il professor Samuel Paty fu decapitato per strada per aver mostrato agli studenti le vignette di Charlie Hebdo durante una lezione sulla libertà di espressione. Un docente che insegnava a pensare, macellato da chi odia la libertà con ferocia omicida.
Il 29 ottobre 2020, nella basilica di Notre-Dame a Nizza, un terrorista tunisino massacrò tre persone a colpi di coltello. Dentro una chiesa.
Chi pensa che l'Italia sia stata risparmiata si illude.
Se non abbiamo contato i nostri morti nelle strade è solo grazie all'intelligence, non all'integrazione. Almeno venti attentati sventati dal 2001. Oltre cento moschee schedate per idee radicali.
A Schio, provincia di Vicenza, un imam algerino insegnava ai bambini a odiarci: a scuola si tappavano le orecchie per non sentire la musica, peccato mortale secondo il maestro d'odio.
E Anis Amri, il tunisino che nel dicembre 2016 lanciò il camion sul mercatino di Natale di Berlino uccidendo dodici persone, il suo jihad lo aveva maturato nelle carceri siciliane. Radicalizzato in Italia, esportato per ammazzare in Germania.
Episodi isolati? Lupi solitari? I numeri dicono altro.
Secondo il centro di ricerca europeo START InSight, tra il 2014 e il 2022 nell'Unione Europea si contano 182 azioni jihadiste: 428 morti, 2.505 feriti. Il Global Terrorism Index del 2025 registra che gli attacchi in Europa sono raddoppiati nell'ultimo anno.
Ma il dato che polverizza ogni illusione è un altro. L'89 per cento degli attentatori jihadisti in Europa tra il 2004 e il 2022 era composto da immigrati di seconda e terza generazione. Non clandestini sbarcati la notte prima. Figli e nipoti.
Nati nelle nostre città, cresciuti nelle nostre scuole, nutriti dal nostro welfare. Avrebbero dovuto essere il manifesto dell'integrazione riuscita. Ne sono la confutazione definitiva. E nel 2024, un sospetto terrorista su cinque era minorenne.
La prossima generazione non si sta integrando: si sta armando.
Questo fallimento non è caduto dal cielo. È il prodotto di decenni di politiche migratorie senza filtri, senza pretese, senza reciprocità. Portate avanti da una sinistra europea che ha fatto dell'accoglienza incondizionata un dogma intoccabile. Che ha trasformato ogni critica all'immigrazione islamica in razzismo, ogni domanda sulla compatibilità culturale in xenofobia, ogni dubbio sull'integrazione in fascismo.
Che ha gridato all'islamofobia con la stessa ferocia con cui il mondo islamico gridava alla blasfemia. Le porte spalancate senza condizioni, la cittadinanza regalata senza contropartite culturali, il multiculturalismo elevato a virtù suprema mentre nelle periferie si formavano sacche di odio impermeabili a qualunque valore europeo: tutto questo ha un indirizzo politico preciso. E quel conto, oggi, lo paghiamo in bare.
Eppure il riflesso condizionato delle classi dirigenti europee resta identico: non bisogna generalizzare, l'integrazione è un percorso, ci vuole dialogo.
Lo stesso dialogo che Al-Azhar interruppe perché un Papa aveva osato citare un imperatore del Trecento. Lo stesso dialogo che non ha impedito un solo attentato, non ha salvato una sola vita, non ha cambiato di una virgola la traiettoria di sangue.
Benedetto XVI pose a Ratisbona una domanda disarmante: è possibile un dialogo autentico con chi rifiuta il principio che la fede non si impone con la forza?
La risposta non è venuta dalla teologia. È venuta dalla cronaca nera. È scritta nell'asfalto della Promenade des Anglais, sul pavimento della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, nella strada davanti al collegio di Samuel Paty.
Chi oggi continua a vendere l'integrazione come destino inevitabile non è un idealista. È un irresponsabile che gioca con la vita degli altri. La spada di Maometto rotea sulle nostre teste. Ratzinger ce lo disse. Non lo ascoltammo. I morti parlano per lui.
Autore: Roberto Riccardi
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