L'occidente è formato perlopiù da popoli di smidollati e governi di cialtroni e traditori, venduti, per quello i ciabattari se ne approfittano. Diciamo che parecchio fa la la debolezza di popoli che guardano dall'oggi al domani, dove non c'è una visione di futuro e non gli interessa null'altro che ciò che è immediato. Così come ai governi, una manciata di slogan per farsi rileggere alla prossima tornata senza fare un cazzo, e così via. Cosa ne sarà dell'italia fra 20 e 30 anni non importa a nessuno, se diventa un califfato saranno problemi di chi verrà dopo, adesso c'è da pensare ai bambini pelosi e a godersi la vita senza figli fra le palle.
Un occidente che ha scelto di congedarsi dalla storia.
Comunque i bambini mandati a pregare a culo all'aria è vero, succede in tutta europa.
Oggi 14:34
Mollusco
Re: Italia islamica
Quote:
Originariamente inviata da muttley
Ma davvero credete alle fregnacce di questi quattro elzeviristi in cerca di notorietà?
I casi dei musulmani esentati da Dante ci sono, sugli altri non so.
Oggi 13:59
muttley
Re: Italia islamica
Ma davvero credete alle fregnacce di questi quattro elzeviristi in cerca di notorietà?
Oggi 12:50
Mollusco
Re: Italia islamica
Quote:
Originariamente inviata da Gufetto
Nel menefreghismo generale, popolo, istituzioni, governi ecc...tutto procede per il peggio andando verso la fine del sistema democratico
Se succede questo, ammesso che quello riportato sia vero alla lettera, dipende anche dalla nostra ignavia, o e' solo colpa dell'Islam?
Capisci finalmente cosa vuol dire da parte di molte persone essere critico verso l'Occidente?
Ieri 22:26
Gufetto
Re: Italia islamica
Nel menefreghismo generale, popolo, istituzioni, governi ecc...tutto procede per il peggio andando verso la fine del sistema democratico
Quote:
LA RESA È INIZIATA. Vietato a scuola disegnare Gesù e suonare musica. Succede oggi in Inghilterra. E in Italia? A Treviso, alle scuole medie Felissent, due famiglie musulmane hanno ottenuto che i propri figli non studiassero Dante. La Divina Commedia offende l'Islam: nel ventottesimo canto dell'Inferno, Maometto è tra i seminatori di discordia.
Settecento anni di letteratura universale cancellati con una richiesta e un professore in ginocchio. Sempre nel trevigiano, a Susegana, i bambini di un asilo parrocchiale - intitolato a Santa Maria delle Vittorie - sono stati portati a pregare in ginocchio nella moschea locale, rivolti verso la Mecca, davanti a un imam. Le maestre si sono messe il velo. In un asilo cattolico.
Prima Gesù in Inghilterra, poi Dante e la Mecca in Italia. Domani chi? Michelangelo? Mozart?"
In Inghilterra non lo impone un imam con il mitra o la scimitarra. Lo impone - sotto forma di caldissimo consiglio - lo Stato, attraverso un documento distribuito dai consigli comunali laburisti alle scuole del nord: si chiama "Sharing the Journey", il viaggio condiviso. Quello verso la resa.
Il principio è semplice e rovescia secoli di civiltà giuridica occidentale: la libertà non finisce più dove inizia la libertà altrui. Finisce dove inizia la sensibilità altrui. E la sensibilità, a differenza della libertà, non ha confini, non ha codici e non ammette discussione. Basta offendersi per avere ragione.
Sulla carta è una raccomandazione. Nei fatti, nel clima del politicamente corretto elevato a religione di Stato, il consiglio è un ordine.
Nessun preside rischierà la carriera per difendere il diritto di un bambino di disegnare Gesù. Nessun insegnante si esporrà dopo aver visto il collega di Batley vivere nascosto da cinque anni. Il meccanismo è perfetto: non serve la legge quando funziona la paura.
Dentro il documento c'è il Medioevo messo a norma. Le immagini di esseri umani sono idolatriche. La musica è lecita solo a voce e con percussioni non accordabili, come ai tempi del Profeta - settimo secolo. La danza è proibita perché maschi e femmine potrebbero toccarsi. Il teatro va censurato.
Gli insegnanti non devono far disegnare Gesù, Maometto o qualsiasi figura che l'Islam reclami come propria. Duemila anni di arte sacra cristiana - Giotto, Caravaggio, la Cappella Sistina - diventano materiale offensivo. In compenso, si raccomanda la calligrafia islamica. Michelangelo si rivolterà nella tomba. Ma con sensibilità.
Ecco il punto che nessuno ha il coraggio di dire: una religione che non ha mai conosciuto Riforma, Illuminismo, separazione tra fede e Stato - una religione ferma al settimo secolo in vaste aree del mondo islamico - sta imponendo le proprie regole a civiltà che quei passaggi li hanno compiuti a prezzo di rivoluzioni e di sangue.
E ci riesce. Non con le armi, non con la teologia, ma con un'arma molto più efficace: la paura. Paura di essere chiamati razzisti. Paura di essere chiamati islamofobi. Paura di finire come l'insegnante di Batley. Quell'uomo - un professore della Batley Grammar School - vive nascosto da cinque anni nel suo Paese. La colpa: aver mostrato una vignetta di Maometto durante una lezione di studi religiosi. Minacciato di morte, abbandonato dalla scuola, dalla polizia, dal comune. Lo Stato non lo ha protetto. Ha protetto chi lo voleva morto.
E poi ha scritto le linee guida per assicurarsi che nessun altro insegnante commetta lo stesso crimine: fare lezione. Questo è il prezzo della paura. Questa è la pedagogia del terrore che funziona senza bisogno di bombe.
Il nome del documento non è casuale. "Sharing the Journey". Nel 2017 Papa Francesco lanciò in Piazza San Pietro una campagna con lo stesso nome: "Share the Journey".
Braccia aperte, cultura dell'incontro, accoglienza senza condizioni. Lo stesso Pontefice che ha definito il proselitismo "una solenne sciocchezza". Che ad Abu Dhabi ha firmato con il Grande Imam di Al-Azhar un documento in cui il pluralismo religioso è "voluto da Dio nella Sua sapienza" - svuotando in una riga duemila anni di missione evangelizzatrice.
Un Papa che ha spalancato le porte senza mai chiedere nulla in cambio. L'Islam ha preso nota e si è accomodato. Perché quando qualcuno si arrende, non serve nemmeno combattere.
Dall'altra parte la reciprocità non esiste. La dawah - la chiamata alla conversione - è un obbligo. L'apostasia vale la morte in una dozzina di Paesi. In Arabia Saudita non si costruisce una chiesa. In Pakistan la bestemmia contro Maometto costa la vita. L'Occidente discute se un bambino possa disegnare Gesù.
Il mondo islamico non discute niente: impone. E chi dissente muore, fugge o tace. Francesco predica il dialogo. L'Islam incassa il monologo. Non per cattiveria: per dottrina. La sinistra intanto fa la cassiera. Perché il cuore della questione non è religioso: è politico.
La sinistra europea non crede in niente - non in Dio, non nella nazione, non nella tradizione - e quindi non ha niente da perdere nella resa. Ma ha voti da guadagnare. In Inghilterra il Labour ha messo Shabana Mahmood - musulmana devota di origine pakistana - al ministero dell'Interno. Controlla polizia, MI5, sicurezza nazionale. Ha giurato da Lord Chancellor sul Corano, ricevuto dalle mani del Re.
Oggi è candidata a succedere a Starmer. Primo premier musulmano del Regno Unito: non è fantapolitica, è il prossimo capitolo. Il governo ha varato la definizione di "ostilità anti-musulmana" e nominato uno "zar" per sorvegliarla. Le scuole controllano. I bambini non disegnano. Chi protesta è un islamofobo. Chi tace è un buon cittadino. A New York il copione è lo stesso. Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano della città, ha giurato su due Corani e celebrato il World Hijab Day dal municipio, esaltando il velo come simbolo di devozione.
Nella stessa città dove le donne hanno conquistato il diritto di vestirsi come vogliono in un secolo di battaglie. La giornalista iraniana Masih Alinejad - che rischia la vita per aver tolto il velo - gli ha scritto: mi sento torturata nella mia città. Silenzio.
In compenso, Mamdani ha ospitato a Gracie Mansion una cena islamica dove un attivista ha esibito il saluto del Tawhid. Lo stesso segno dei boia dell'ISIS. Nella città delle Torri Gemelle. Venticinque anni dopo. Intanto a Roma si è costituito "MuRo27" - Musulmani per Roma 2027 - un gruppo che punta al Campidoglio con un programma fondato sui principi coranici. Il fondatore è Francesco Tieri, ingegnere convertito all'Islam, ex candidato alle primarie del centrosinistra.
Nel suo manifesto si citano i Fratelli Musulmani e si conta un bacino di oltre un milione di voti. A Monfalcone è già stata presentata la prima lista interamente islamica. Le moschee fanno da sezione di partito. La sinistra radicale fa da levatrice.
E chi dovrebbe vigilare guarda altrove per paura di quella parola - islamofobia - che è diventata il bavaglio più efficace della storia moderna. Chi si scandalizzerà per queste righe risponda a una domanda sola: in quale Paese islamico un partito cristiano potrebbe presentarsi alle elezioni, costruire chiese liberamente e chiedere che le scuole rispettino le sensibilità cristiane? In nessuno.
Il viaggio condiviso è finito. La Chiesa ha ceduto le chiavi, l'Islam ha preso il volante e la sinistra ha aperto il cancello. A Londra una musulmana controlla l'MI5. A New York un musulmano celebra il velo nella città delle Torri Gemelle. A Roma, qualcuno prepara le liste per il Campidoglio.
Non è integrazione. È sottomissione. E la parola non è scelta a caso: in arabo si dice Islam.
Autore: Roberto Riccardi
Come va a finire quando strizzi l'occhio all'ultra destra.
A Mestre, per l'elezioni comunali, nelle liste di Fratelli d'Italia viene inserito anche Prince Howlader, portavoce della folta comunità bengalese presente in città (ballano circa 3/4mila voti).
Peccato che i bengalesi abbiano orchestrato l'apertura di un centro culturale che verrebbe usato anche come luogo di culto, e loro sono musulmani; apriti cielo, i fasci duri e puri di FN appena saputa la notizia si sono precipitati a protestare, con tanto di fumogeni e sbandieratori d'ordinanza, davanti al palazzo incriminato di diventare moschea, mentre il povero Howlader (apostrofato dai fasci "italiano, dal diverso colore della pelle") provava a far capire loro che la Costituzione italiana protegge il diritto di professione di qualunque fede religiosa.
Alla fine quelli di FdI, per non fare incazzare quelli di FN, hanno deciso di togliere Howlader dalla lista dei candidati.
Un capolavoro.
14-03-2026 18:18
Gufetto
Re: Italia islamica
Gli amiconi di "quelli buoni, inclusivi e dalla parte giusta"
Quote:
JIHAD ISLAMICA, SONO TRA NOI. «Se questo coltello entra nel corpo di un umano... Che faccio, esco o non esco?». Saied El Naijar impugnava la lama nella pizzeria di via Garibaldi, a Bergamo. Guardava i fedeli entrare nella chiesa di Sant'Alessandro in Colonna. Valutava. È agli atti dell'ordinanza di custodia cautelare.
Il ventiquattrenne egiziano lavorava, pagava l'affitto, viveva ad Azzano San Paolo. Integrato, secondo i parametri che ci siamo dati. Intanto partecipava al gruppo "I Pericolosi d'Egitto" su chat criptate, pianificava attentati contro chiese e stadi, studiava come fabbricare esplosivi, condivideva video sull'uso del kalashnikov. Progettava di raggiungere il Mozambico per unirsi al Daesh.
Un lupo solitario? No. Un nodo di una rete. L'Islamic State Khorasan Province, secondo la Procura di Brescia che ha dovuto combattere fino in Cassazione per ottenere la contestazione del vincolo associativo.
Non è un caso isolato. È un pattern.
La notte prima dell'11 settembre 2001, Mohammed Atta e i suoi complici frequentarono uno strip club in Florida. Bevvero alcolici. Pagarono lap dance. Comportamento incompatibile con l'Islam rigorista che predicavano? No. Perfettamente coerente con la missione. L'ideologia jihadista insegna che ogni trasgressione è lecita se funzionale allo scopo. Si viola l'Islam per servire l'Islam. La mimetizzazione non è debolezza: è tattica operativa. La dissimulazione, taqiyya, è strumento legittimo nella guerra santa. Mentire all'infedele non è peccato.
Lo stesso schema si ripete da un quarto di secolo. Gli attentatori del Bataclan vivevano vite apparentemente normali in Belgio. I terroristi di Nizza e Bruxelles lavoravano, uscivano, frequentavano palestre. Nessun segnale esteriore. Poi la strage.
Qualcuno obietterà: si tratta di prima generazione, immigrati recenti, non ancora integrati. Falso.
Il 7 luglio 2005, quattro bombe devastarono Londra. Tre nella metropolitana, una su un autobus. Cinquantadue morti, oltre settecento feriti. Gli attentatori non venivano dal Pakistan o dall'Afghanistan. Venivano da Leeds e Bradford. Mohammad Sidique Khan, il capo della cellula, era insegnante di sostegno. Aiutava bambini con difficoltà di apprendimento. Accento dello Yorkshire, scuole inglesi, amici inglesi. Terza generazione. Si fece esplodere in metropolitana.
Poi vennero i foreign fighters. Migliaia di giovani europei partirono per la Siria e l'Iraq tra il 2012 e il 2017. Quasi duemila dalla Francia. Ottocento dal Regno Unito. Cinquecento dal Belgio. Centotrenta dall'Italia. Nati in Europa. Scuole europee. Passaporti europei. Partiti per sgozzare, crocifiggere, bruciare vivi in nome del Califfato.
Il più celebre fu Mohammed Emwazi, Jihadi John. Britannico di origine kuwaitiana, laureato in informatica a Londra. Divenne il boia incappucciato dell'ISIS. Decapitò ostaggi americani e britannici davanti alla telecamera. Quanti compagni di università avrebbero giurato che fosse perfettamente integrato?
Le reti attraversano l'Europa. Anis Amri, il 19 dicembre 2016, lanciò un tir sulla folla del mercatino di Natale a Berlino. Dodici morti. Fuggì attraverso mezza Europa e fu ucciso quattro giorni dopo a Sesto San Giovanni. Non era lì per caso. Aveva contatti, appoggi, una rete logistica nella periferia milanese.
Ma c'è un livello ancora più profondo.
Non si tratta dello stesso fenomeno operativo. Il terrorista risponde a una catena di comando jihadista. Il padre che sgozza la figlia obbedisce a un codice tribale. Ma la radice è identica: il rifiuto della nostra sovranità morale e giuridica. La legge italiana non li riguarda. I valori occidentali non li vincolano.
Vivono qui, ma rispondono ad altre autorità: il Califfo, il clan, la umma. Usano il nostro territorio come spazio operativo, non come patria.
Hina Saleem, Brescia, 2006. Sgozzata dal padre pakistano e sepolta nel giardino di casa. Colpa: aveva un fidanzato italiano.
Sanaa Dafani, Verona, 2009. Accoltellata dal padre marocchino. Colpa: una relazione con un ragazzo italiano.
Sana Cheema, Brescia, 2018. Portata in Pakistan con l'inganno, strangolata dalla famiglia. Colpa: rifiutava il matrimonio combinato.
Saman Abbas, Novellara, 2021. Uccisa dallo zio, con la complicità dei genitori fuggiti in Pakistan. Colpa: voleva scegliere chi amare.
In tutti questi casi, le famiglie erano "integrate". Lavoro, casa, anni di residenza. Poi la figlia pretende di vivere come le sue coetanee italiane. E scatta il tribunale familiare parallelo. La sharia domestica. L'esecuzione.
Cosa accomuna El Naijar che impasta pizze sognando stragi, Khan che insegna ai disabili e si fa esplodere, il padre di Hina che lavora in fabbrica e sgozza la figlia?
L'integrazione economica senza integrazione valoriale. La presenza fisica senza appartenenza. La convivenza senza lealtà.
Abbiamo costruito un modello che misura l'integrazione in base al permesso di soggiorno, al contratto di lavoro, agli anni di residenza. Parametri burocratici. Caselle da spuntare.
Non abbiamo mai chiesto: da che parte stai? Condividi i nostri valori? Accetti che tua figlia possa amare chi vuole? Che la legge italiana prevalga sulla tua tradizione?
Non l'abbiamo chiesto perché ci siamo proibiti di farlo.
Ma anche se lo chiedessimo, la risposta non varrebbe nulla. Atta beveva vodka la notte prima di schiantarsi sulle Torri. Khan sorrideva ai genitori dei bambini che aiutava. El Naijar parlava di calcio coi clienti. La domanda è inutile. La risposta è inaffidabile. E noi ci siamo persino vietati di porla.
El Naijar è in carcere. I suoi complici sono sotto indagine. Ma quanti altri pizzaioli, insegnanti, operai stanno guardando una chiesa dalla finestra valutando se uscire col coltello? Quanti padri stanno pianificando il viaggio-trappola per la figlia troppo occidentalizzata?
Non lo sappiamo. Non vogliamo saperlo. Abbiamo deciso che chiederselo sia già una colpa.
In nome della tolleranza, tolleriamo chi ci vuole morti. In nome del rispetto, rispettiamo chi non ci rispetta. In nome dell'inclusione, includiamo chi ci esclude dalla categoria degli esseri umani.
Non è razzismo chiedere da che parte stai. Razzismo è non poterlo chiedere perché la risposta potrebbe disturbare.
Autore: Roberto Riccardi
12-03-2026 11:24
Sasuke
Re: Italia islamica
Secondo quanto ricostruito finora, l’episodio è avvenuto ieri sera, intorno alle 19. La ragazzina sarebbe stata infastidita da un uomo, un cinquantenne di origine marocchina, che avrebbe iniziato a interagire con lei già alla fermata dell’autobus poco distante dal supermercato.
L'importante era augurare il buon ramadan per raccogliere voti.
11-03-2026 19:42
Gufetto
Re: Italia islamica
https://www.facebook.com/story.php?s...0000362703548#
Sì, sì, mo' me lo segno (cit.)
Dante schiaffò maometto all'inferno e questi vorrebbero far credere che quelli sono poveri pucciosi coccoloni maltrattati. Mi immagino la platea di piddini, avs, ecc..gli unici che potrebbero bersi certe stronzate
04-03-2026 19:36
Gufetto
Re: Italia islamica
L'altro giorno c'erano mortadella prodi, cardinale zuppi (uno che al conclave era favorito per diventare papa) e uno dei sindaci soliti noti con tanto di fascia tricolore a leccare le ciabatte dei fasciomaomettani. https://www.instagram.com/reel/DVbs3jDAFO3/
mattarella aveva da fare così come altre cariche dello stato.
Tanto per non far capire da che parte stanno...
In tutto il mondo vogliono togliersi questo cancro (vedasi iran), solo in questa europa di merda questi trogloditi vengono coccolati, dato stanze, spazi per moschee, sussidi economici, favori..una roba invereconda
Comunque sardone, ceccardi e compagnia hanno rotto le balle pure loro, sono poco più di influencer
La spada di Maometto rotea sulle nostre teste. «Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Non le pronunciò un provocatore da tastiera. Non le scrisse un agitatore di piazza. Le citò un Papa, Benedetto XVI, nell'aula magna dell'Università di Ratisbona, nel cuore di una lectio magistralis sul rapporto tra fede e ragione.
Parole di un imperatore bizantino del Trecento, Manuele II Paleologo, che Ratzinger ebbe la cura intellettuale di introdurre definendole "di una brutalità per noi inaccettabile". Non bastò. Il mondo islamico rispose esattamente nel modo descritto dall'imperatore: con la spada.
Era il 12 settembre 2006. Il Lashkar-e-Taiba, organizzazione jihadista pakistana responsabile della strage di Mumbai del 2008 con 170 morti, emise una fatwa: uccidete il Papa. A Mosul fu decapitato il sacerdote siro-ortodosso Paulos Iskander. A Mogadiscio venne assassinata suor Leonella Sgorbati, sessantacinque anni di vita spesi per i bambini somali. Chiese incendiate dal Nordafrica al Pakistan.
Salih Kapusuz, numero due del partito di Erdogan, paragonò Ratzinger a Hitler: accostamento grottesco da parte di un paese che porta sulla coscienza il genocidio di un milione e mezzo di armeni, cristiani sterminati in quanto cristiani dall'Impero Ottomano nel 1915.
Muhammad Sayyid Tantawi, Gran Sheikh di Al-Azhar, la massima autorità teologica dell'islam sunnita, bollò le parole del Pontefice come prova di "chiara ignoranza". Al-Azhar sospese il dialogo con la Santa Sede, riallacciato solo anni dopo sotto un Papa fin troppo accomodante. Il New York Times definì le parole di Benedetto XVI "tragiche e pericolose". Marco Politi, su Repubblica, scrisse che il Papa aveva "tragicamente spezzato" il dialogo con l'islam. Come se il dialogo lo avesse rotto chi poneva le domande e non chi rispondeva con i coltelli.
Ratzinger fu crocifisso come islamofobo. Era un profeta.
Da quel 12 settembre la storia non ha fatto altro che dargli ragione. Parigi, gennaio 2015: i fratelli Kouachi sterminano la redazione di Charlie Hebdo, dodici morti, colpa di qualche vignetta.
Parigi, novembre 2015: centotrenta cadaveri al Bataclan, la più grande strage terroristica nella storia della Francia. Bruxelles, marzo 2016: trentadue morti tra l'aeroporto e la metropolitana.
Nizza, luglio 2016: un camion sulla folla della Promenade des Anglais nella notte della festa nazionale, ottantasei vite spezzate. Berlino, dicembre 2016: un altro camion, un mercatino di Natale, dodici morti.
Manchester, maggio 2017: ventidue persone fatte a pezzi all'uscita di un concerto, molte erano ragazzine. Barcellona, agosto 2017: un furgone sulla Rambla, sedici morti. Strasburgo, dicembre 2018: ancora un mercatino di Natale, cinque vittime, tra cui l'italiano Antonio Megalizzi.
Poi la spada si è fatta ancora più mirata.
Il 26 luglio 2016, a Saint-Étienne-du-Rouvray, due jihadisti entrarono in una chiesa durante la Messa e sgozzarono padre Jacques Hamel sull'altare. Ottantacinque anni, ammazzato mentre celebrava l'Eucaristia.
Il 16 ottobre 2020, a Conflans-Sainte-Honorine, il professor Samuel Paty fu decapitato per strada per aver mostrato agli studenti le vignette di Charlie Hebdo durante una lezione sulla libertà di espressione. Un docente che insegnava a pensare, macellato da chi odia la libertà con ferocia omicida.
Il 29 ottobre 2020, nella basilica di Notre-Dame a Nizza, un terrorista tunisino massacrò tre persone a colpi di coltello. Dentro una chiesa.
Chi pensa che l'Italia sia stata risparmiata si illude.
Se non abbiamo contato i nostri morti nelle strade è solo grazie all'intelligence, non all'integrazione. Almeno venti attentati sventati dal 2001. Oltre cento moschee schedate per idee radicali.
A Schio, provincia di Vicenza, un imam algerino insegnava ai bambini a odiarci: a scuola si tappavano le orecchie per non sentire la musica, peccato mortale secondo il maestro d'odio.
E Anis Amri, il tunisino che nel dicembre 2016 lanciò il camion sul mercatino di Natale di Berlino uccidendo dodici persone, il suo jihad lo aveva maturato nelle carceri siciliane. Radicalizzato in Italia, esportato per ammazzare in Germania.
Episodi isolati? Lupi solitari? I numeri dicono altro.
Secondo il centro di ricerca europeo START InSight, tra il 2014 e il 2022 nell'Unione Europea si contano 182 azioni jihadiste: 428 morti, 2.505 feriti. Il Global Terrorism Index del 2025 registra che gli attacchi in Europa sono raddoppiati nell'ultimo anno.
Ma il dato che polverizza ogni illusione è un altro. L'89 per cento degli attentatori jihadisti in Europa tra il 2004 e il 2022 era composto da immigrati di seconda e terza generazione. Non clandestini sbarcati la notte prima. Figli e nipoti.
Nati nelle nostre città, cresciuti nelle nostre scuole, nutriti dal nostro welfare. Avrebbero dovuto essere il manifesto dell'integrazione riuscita. Ne sono la confutazione definitiva. E nel 2024, un sospetto terrorista su cinque era minorenne.
La prossima generazione non si sta integrando: si sta armando.
Questo fallimento non è caduto dal cielo. È il prodotto di decenni di politiche migratorie senza filtri, senza pretese, senza reciprocità. Portate avanti da una sinistra europea che ha fatto dell'accoglienza incondizionata un dogma intoccabile. Che ha trasformato ogni critica all'immigrazione islamica in razzismo, ogni domanda sulla compatibilità culturale in xenofobia, ogni dubbio sull'integrazione in fascismo.
Che ha gridato all'islamofobia con la stessa ferocia con cui il mondo islamico gridava alla blasfemia. Le porte spalancate senza condizioni, la cittadinanza regalata senza contropartite culturali, il multiculturalismo elevato a virtù suprema mentre nelle periferie si formavano sacche di odio impermeabili a qualunque valore europeo: tutto questo ha un indirizzo politico preciso. E quel conto, oggi, lo paghiamo in bare.
Eppure il riflesso condizionato delle classi dirigenti europee resta identico: non bisogna generalizzare, l'integrazione è un percorso, ci vuole dialogo.
Lo stesso dialogo che Al-Azhar interruppe perché un Papa aveva osato citare un imperatore del Trecento. Lo stesso dialogo che non ha impedito un solo attentato, non ha salvato una sola vita, non ha cambiato di una virgola la traiettoria di sangue.
Benedetto XVI pose a Ratisbona una domanda disarmante: è possibile un dialogo autentico con chi rifiuta il principio che la fede non si impone con la forza?
La risposta non è venuta dalla teologia. È venuta dalla cronaca nera. È scritta nell'asfalto della Promenade des Anglais, sul pavimento della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, nella strada davanti al collegio di Samuel Paty.
Chi oggi continua a vendere l'integrazione come destino inevitabile non è un idealista. È un irresponsabile che gioca con la vita degli altri. La spada di Maometto rotea sulle nostre teste. Ratzinger ce lo disse. Non lo ascoltammo. I morti parlano per lui.
Autore: Roberto Riccardi
24-02-2026 18:57
Gufetto
Re: Italia islamica
Allarme fassismo
Quote:
GENUFLESSI IN CASA PROPRIA. Due digiuni sono iniziati nello stesso giorno, lo scorso 18 febbraio. Mercoledì delle Ceneri per i cattolici, primo giorno di Ramadan per i musulmani. Una coincidenza che non si verificava da trent'anni. Il calendario ha offerto un esperimento perfetto. I risultati sono impietosi: media, politica e persino la Chiesa hanno celebrato il Ramadan mettendo in secondo piano la propria Quaresima.
Sky TG24 pubblica orari di preghiera islamica città per città. ADNKronos spiega iftar e suhoor. Vatican News intervista l'imam della Grande Moschea di Roma.
E la Quaresima? Trafiletti tra ricette di magro e il funerale del Carnevale. In un Paese cattolico all'80%, il cammino verso la Pasqua è folklore. Il Ramadan, praticato dal 3-5% dei residenti, è evento nazionale.
Ma non sono solo i giornali. Il cardinale Zuppi, presidente della CEI, scrive ai musulmani: "al-salam 'alaykum", chiude con "Ramadan mubarak". L'arcivescovo di Firenze Gambelli apre con "As-salaamu alaykum", sigilla con "Ramadan Karim". L'elenco dei presuli che si sono cimentati in salamelecchi è lungo e in continuo aggiornamento.
Messaggi equivalenti di autorità islamiche ai cattolici per la Quaresima? Zero. L'UCOII ha scritto una lettera a Zuppi parlando di "coincidenza provvidenziale". Cortesia rivolta a un solo destinatario di vertice. Un gesto diplomatico, non reciprocità.
Dalle parole ai fatti. A Monfalcone tre centri islamici chiusi per irregolarità urbanistiche. La comunità musulmana resta senza spazi. Chi risolve il problema? La Chiesa.
Monsignor Zuttion apre le Stalle Rosse di Staranzano, don Zanetti offre l'oratorio di San Michele, il vescovo di Gorizia benedice. A Roma, quartiere Montespaccato, la parrocchia di Santa Maria in Janua Coeli ospita i musulmani ogni venerdì da anni: l'imam sposta ambone e croce astile per stendere le stuoie verso la Mecca, nella stanza accanto si celebra l'adorazione eucaristica.
A Renate, in Brianza, quattrocento persone a un iftar in oratorio. A Veduggio la preghiera dell'Eid al-Fitr con centinaia di fedeli islamici.
A Firenze la diocesi vende ottomila metri quadri alla comunità islamica per costruire una moschea.
E a Ponte della Priula, provincia di Treviso, un asilo parrocchiale cattolico porta i propri bambini al centro islamico Emanet: le maestre indossano il velo, i piccoli si inginocchiano verso la Mecca, l'imam spiega i cinque pilastri dell'Islam. La scuola pubblica le foto sui social con entusiasmo.
Non eccezioni. Una prassi.
Che monsignor Olivero, presidente della Commissione CEI per l'ecumenismo, legittima sulle pagine di Famiglia Cristiana: aprire gli oratori ai musulmani sarebbe universalità cristiana.
Quale universalità? Per la teologia cattolica Cristo è "la Via, la Verità e la Vita". Non una verità negoziabile: la Verità. Su questo dogma si reggono duemila anni di magistero. Gli stessi pastori che lo professano spalancano le porte a chi definisce i cristiani "infedeli", a chi nega la divinità di Cristo, a chi considera il Corano parola definitiva di Dio che supera e corregge il Vangelo.
Non per carità verso il bisognoso, che sarebbe doverosa. Per ospitare una liturgia che nega la loro stessa ragion d'essere. Quando l'imam sposta la croce per stendere le stuoie, Cristo viene rimosso. Fisicamente. E chi dovrebbe custodirlo guarda altrove.
Un fatto va documentato: non esiste un solo caso, in Italia, di una moschea che abbia offerto spazi a cristiani in difficoltà. Non uno. Mentre le diocesi vendono terreni e prestano oratori, in Turchia i cristiani non hanno una stanza dove pregare e le chiese bizantine diventano moschee. Il dialogo interreligioso è una strada a senso unico. Si percorre sempre nella stessa direzione: quella della resa.
A Torino il sindaco Lo Russo pubblica auguri per il Ramadan e per il Capodanno cinese. Per la Quaresima, nulla. A Rivalta, stessa scena. Il copione si ripete da Nord a Sud con la precisione di un rituale che non ha più niente di spontaneo.
Nessuno chiede di negare il diritto alla preghiera.
L'articolo 19 della Costituzione lo garantisce a tutti. Ma una cosa è il diritto, altra cosa è la resa. Una cosa è il rispetto, altra cosa è la genuflessione. Quando una civiltà celebra le ricorrenze altrui con più entusiasmo delle proprie, non pratica il dialogo. Pratica la cancellazione.
La Quaresima chiede conversione, penitenza, ritorno all'essenziale. Chiede identità. Esattamente ciò che una parte della Chiesa ha smarrito nel momento in cui avrebbe dovuto testimoniarla.
Non si porta Cristo al mondo cedendo gli oratori. Lo si porta sapendo chi si è. E chi si è, in queste settimane, sembra saperlo soltanto l'altra parte.
Autore: Roberto Riccardi