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Originariamente inviata da Andrea La Rovere
Così si potrebbe riassumere in una frase il fenomeno della temutissima – e inesistente – dittatura Woke.
Una dittatura che non ha un capo, un governo, un esercito, una polizia politica. Nessuno sa bene dove cominci e dove finisca ma, secondo le destre, avrebbe conquistato università, cinema, editoria, televisione, scuole, aziende, musei e perfino i cartoni animati.
Si chiama, a seconda delle volte, politicamente corretto, cancel culture, ideologia woke e ha una caratteristica curiosa: non esiste.
O meglio, esiste come fenomeno inventato da certi ideologi di destra per ottenere voti e fare soldi.
Il termine woke, peraltro, è un tipico esempio di appropriazione culturale.
Viene dalla cultura afroamericana e circola almeno dagli anni Venti del Novecento col significato di restare svegli, stare all’erta. Nel 1938, il bluesman Lead Belly lo usò parlando degli Scottsboro Boys, nove ragazzi neri accusati falsamente di stup*o nell’Alabama segregazionista. Bisognava “stay woke”, tenere gli occhi aperti per esempio quando si attraversava un paese nel quale un nero poteva finire davanti a una giuria bianca sulla base di un’accusa inventata.
Il termine “woke” torna alla ribalta con la cantante Erykah Badu che lo porta nella cultura pop nel 2008 e poi su Twitter nel 2012.
Solo successivamente comincia la sua trasformazione in insulto universale della destra.
Il passaggio è interessante, una parola nata per indicare attenzione verso le discriminazioni diventa una categoria nella quale infilare qualunque cosa. Da un attore nero in un film storico a una protagonista femminile in una serie Tv. Un bagno neutro può essere woke, ma anche un insegnante che parla di colonialismo o una pubblicità con una coppia omosessuale.
Insomma, tutto ciò che alla destra tradizionalista non piace, o che più semplicemente non accetta o ancora meglio non capisce, può essere woke.
Negli anni i casi sono infiniti, da Via col vento che sarebbe stato bandito, mentre HBO si era limitato ad aggiungere un’introduzione storica sacrosanta col film integrale in catalogo tranquillamente. Biancaneve che sarebbe stata “cancellata” perché qualcuno contestava il bacio del principe senza consenso, ma la grande offensiva era nata da un articolo di un minuscolo blog amatoriale che proponeva la sua esclusiva opinione.
E ancora, la recente Elena nera in The Odissey di Nolan, il vergognoso boicottaggio alla nuova Biancaneve Disney e un’infinità di altri casi basati sul nulla.
In sostanza, la dittatura woke non esiste. Ma esiste – eccome – la robaccia propagandistica che la destra tenta di farvi ingoiare, riuscendoci quasi sempre.
Il metodo è elementare. Si prende un caso marginale, una polemica sui social, una scelta commerciale, l’opinione di un blogger, e la si trasforma nella prova che “non si può più dire niente”.
Mentre, ovviamente, dicono tutto loro che passa loro per la testa senza che nessuno si sogni di “cancellarli” e – soprattutto – dopo che la loro parte politica occupa tutti i posti di potere possibili. Prendete la destra nostrana, continua a predicare che i “comunisti”, le “zecche rosse” hanno il monopolio del potere e dei media, quando in Italia governa praticamente l’80% del tempo la destra da trent’anni, la Rai è completamente in mano a loro e così Mediaset e una serie interminabile di quotidiani e media. Eppure, loro non possono dire niente.
Bannon e Rufo, ideologi di certe strategie, hanno inventato il meccanismo. Bannon diceva apertamente che alla destra conveniva spostare lo scontro politico su razza e identità. Rufo ha spiegato ancora più chiaramente la strategia di prendere fenomeni diversi, ficcarli sotto una stessa etichetta e rendere quell’etichetta tossica.
E quell’etichetta oggi è “woke”.
Non importa cosa significhi davvero e se significhi qualcosa. Basta appiccicarla a un attore nero, a una protagonista donna, a un personaggio gay, a un libro scolastico, a qualunque cosa possa triggerare la pancia dell’elettore giusto, quello poco informato, quello sospettoso verso il nuovo e allergico al cambiamento, qualsiasi esso sia e anche se in meglio. È propaganda costruita per chi non verifica perché non ne ha voglia o non lo sa fare, non approfondisce e preferisce un nemico semplice a una realtà complessa.
Il colpo di genio è che funziona da lavaggio della coscienza. Dire “ci sono troppi neri nei film” suona razzista, dire “Netflix è diventata woke” sembra un’opinione politica, col vantaggio che li fa anche sentire quelli svegli che hanno capito tutto prima degli altri.
Si sdogana il razzista facendolo passare per quello che “pensa con la propria testa”.
Già, e tutti pensano e dicono le stesse cose.
Insomma, il gioco è sporco ma è tutto qui, inventare una dittatura che non esiste, convincere la gente che la propria identità è sotto attacco e poi presentarsi come salvatori.
A complicare tutto c’è il denaro.
Non solo l’anti-woke è ormai un mercato fatto di programmi populisti, podcast, libri e via delirando. Piuttosto divertente, visto che da anni ci spiegano che non “possono dire più niente” e lo fanno da qualsiasi piattaforma guadagnando milioni e vincendo le elezioni.
Ma un altro grosso problema è che il “woke” fa girare gli algoritmi a palla, perché innesca liti polarizzanti e fa leva su fattori emotivi che scatenano la rabbia. E allora, inserire un dettaglio che farà imbestialire i sempliciotti terrorizzati dallo spettro del woke, ecco che assicura un boost di pubblicità gratis.
Basta guardare la noiosissima querelle dell’Elena nera dell’Odissea di Nolan, una breve apparizione che ha garantito mesi di tam-tam mediatico gratuito.
Sicuramente divertente, perché sono gli stessi rabbiosi fessi che fanno pubblicità al prodotto che vorrebbero boicottare e di cui non sarebbero mai fruitori, ma ci siamo chiesti dove porta questa pratica?
Il rischio è di finire per creare davvero il fenomeno che altri hanno inventato per proprio interesse.
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